“Fury Road”: come divertirsi liberamente in montagna con cinquanta fuoristrada senza che nessuno batta ciglio

Sentieri spettacolari, panorami mozzafiato e tanta passione per il fuoristrada! Un percorso pensato per chi ama l’avventura, il fango e la montagna.

Dove natura e motori non collidono ma collaborano.

Motori, natura, adrenalina e divertimento ti aspettano!

MOTORI • NATURA • LIBERTÀ

Credo che ogni persona dotata del più ordinario buon senso e di almeno un minimo di sensibilità verso le montagne e la Natura, a leggere queste cose [1] che annunciavano il raduno di mezzi 4×4 che domenica 11 ottobre ne ha portati cinquanta (!) fino a 2000 metri di quota sulle Prealpi Orobie, ai piedi del Pizzo Arera, non possa che trasalire e indignarsi.

Dunque, bisogna temere che nei ranghi del Parco delle Orobie Bergamasche, area che formalmente dovrebbe tutelarne l’ambiente naturale (come rimarca l’articolo 2 del suo Statuto) e nel cui territorio ricade la zona interessata dal raduno, non vi siano persone dotate di ordinario buon senso.

Oppure, che il raduno di fuoristrada in questione non avesse tutti i permessi necessari allo svolgimento lungo le strade agro-silvo-pastorali del luogo nonché al transito sui terreni prativi dei pascoli, come le immagini del raduno mostrano.

In un caso o nell’altro, ciò che è accaduto sembra comunque assolutamente opinabile, totalmente fuori luogo e dunque ben poco ammissibile. Non solo per il modello di fruizione della montagna che questi eventi propongono e tentano di far passare come “sostenibili” con affermazioni e formule francamente grottesche, ma anche, se non soprattutto, perché pure sulle Orobie come accaduto altrove tali raduni motoristici avvengono in territori formalmente tutelati da enti preposti a tale scopo senza che, evidentemente, nessuno batta ciglio, almeno nelle istituzioni.

Ne chiederò conto al Parco, augurandomi che rispondano.

[La zona interessata dal raduno vista dal sentiero di salita alla vetta del Pizzo Arera. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/rifugio.capanna.]
Ovviamente, ci sarà chi esclamerà cose del tipo «Che sarà mai, per una volta!» o che eserciterà nel solito benaltrismo all’italiana. «La persecuzione più terribile è l’indifferenza» scrisse Aleksandr Blok: anche per questo le nostre montagne vengono continuamente perseguitate da eventi così assurdi e impattanti e da mille altre cose simili. Veramente vogliamo ancora restare indifferenti e lasciare le montagne nelle mani di chiunque non dimostri loro rispetto e cura?

[1] D’altro canto lo stesso titolo dato al raduno, “Fury Road”, rimanda a un film di qualche tempo fa (“Mad Max: Fury Road”) la cui trama si svolge in un futuro postapocalittico: che ciò riveli l’idea di montagna che hanno in mente i suoi organizzatori?

Seguendo “La via dell’Orso”, sabato 17 ottobre con Andrea Cassini al Rifugio SEV Pianezzo

[Foto di Daniel Diesenreither su Unsplash.]

C’è qualcosa di nobile in questa grossa bestia, qualcosa che fa pensare ad un barlume di sentimento umano, sparare ad un orso è come sparare ad un fratello.

Così scrisse Ernest Hemingway di quello che, con ben rare eccezioni, è tra gli animali più ammirati, amati, temuti, odiati, simbolizzati, mitizzati, divinizzati dall’uomo: l’orso. Ciò accade ancora oggi, basti pensare ai tanti dibattiti – spesso terribilmente superficiali e ovviamente strumentalizzati, purtroppo – relativi al ritorno dell’orso sulle Alpi. Ma il legame che, nel bene e nel male, lega l’uomo all’orso nasce nella notte dei tempi ed è per tanti versi affascinante, emozionante, emblematico, a volte terribile e inquietante: lo racconta Andrea Cassini in un bellissimo e originale libro, “Sulla via dell’Orso” (Edizioni Nottetempo, 2026), sul quale avrò il privilegio di discuterne con l’autore, e di porgergli le innumerevoli domande che la lettura mi ha fatto sorgere, sabato prossimo 17 ottobre, alle ore 17.00, presso il Rifugio SEV di Pianezzo ai piedi dei Corni di Canzo, montagne iconiche del Triangolo Lariano, per il sesto appuntamento della rassegna “Raccontami la Montagna”.

E il libro di Cassini è assolutamente consono a una rassegna con questo titolo: perché la storia dell’orso è quella delle montagne del mondo sulle quali vive da milioni di anni – un «anacronismo indomabile e invincibile uscito da un tempo antico» scrisse William Faulkner al riguardo – e di buona parte delle culture umane che tra i monti si sono sviluppate. Indagare e riflettere sul legame che ancora oggi ci lega all’orso, dunque, significa interrogarci su noi stessi, sulla nostra civiltà e sul nostro rapporto con il mondo animale. Del quale facciamo parte, dimenticandocene troppo spesso.

Un libro bellissimo – anche per il puro piacere che offre la sua lettura – in un posto di montagna bellissimo: un’occasione da non perdere, insomma, e alla quale mi auguro vorrete e potrete partecipare.

Trovate tutte le informazioni sull’incontro e su come raggiungere il Rifugio SEV sulla locandina.

Grazie di cuore!

Oggi, con questo articolo, vorrei ringraziare tutti voi che vi siete abbonati al blog, quelli di lunga data e i numerosi che si sono iscritti negli ultimi tempi. Grazie di cuore, veramente!

Spero, nel mio piccolo, di potervi sempre offrire dei punti di vista interessanti e il più possibile significativi sulle montagne e la loro realtà sempre più emblematica, visto come vanno le cose a questo nostro mondo.

Le montagne sono una dimensione tanto entusiasmante e affascinante quanto per molti versi complessa e delicata: quando saliamo lassù ci sentiamo subito bene, anche per le mille occasioni che ci offrono per divertirci, rilassarci, emozionarci, mentre se vi abitiamo sappiamo il grande privilegio che ciò rappresenta, pur tra le molte difficoltà a volte da affrontare. Ma sono anche un mondo che forse più di altri ha bisogno di attenzione per essere compreso compiutamente e di cura, rispetto, sensibilità per poter essere goduto al meglio e salvaguardato, dunque di conoscenza e consapevolezza.

Ecco, mi auguro vivamente di riuscire, con gli articoli che vi propongo quotidianamente (o quasi) sul blog, di contribuire ad alimentare almeno un poco la conoscenza sulle montagne e la consapevolezza delle loro realtà, oltre che il desiderio costante di scoprirle e esplorarle, di frequentarle, viverle, coltivare una relazione profonda con esse e così diventare parte del loro paesaggio in modo avveduto e virtuoso. E anche di maturare opinioni articolate e strutturate su ciò che vi accade: di «pensare come una montagna» per dirla con Aldo Leopold.

Ci provo, insomma: se riesco ne sono ben felice, se non riesco vi chiedo perdono e cerco di migliorare sempre più.

In ogni caso, di nuovo grazie di cuore e spero proprio – come a volte è accaduto e accade – di poterci incontrare di persona prima o poi, in montagna o altrove.

P.S.: l’abbonamento al blog è e sarà sempre gratuito. Il “guadagno” che ricavo dalle montagne è già grandissimo ed è ben accumulato nel cuore, nell’animo e nello spirito – come penso e credo succeda anche a voi.

Il Vajont e Tina Merlin

Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa.

Così Tina Merlin scrisse il 10 ottobre 1963, il giorno dopo la catastrofe del Vajont dalla quale oggi sono passati sessantatré anni. Denunciata preventivamente da lei, inascoltata, poi zittita, denigrata, accusata di diffondere «notizie false e tendenziose», quindi denunciata e infine assolta ma solo 11 anni dopo e non da una certa bieca parte della società civile, visto che il suo libro sul disastro, “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont” fu pubblicato solo nel 1983.

Ricordare il Vajont, la più grande tragedia accaduta sulle Alpi italiane con le sue 1917 vittime, significa anche ricordare Tina Merlin e il suo impegno caparbio e ostinato nel mettere in luce la verità sulla costruzione della diga. Soprattutto quest’anno, nel quale ricorre il centenario della sua nascita.

Merlin è ricordata oggi su “Lo Scarpone”, il portale del Club Alpino Italiano, anche dall’amico Enrico Camanni, uno dei più importanti scrittori di montagna italiani: vi invito a leggere il suo bell’articolo che trovate qui.