“Kronplatz” e non più “Plan de Corones”: quando per mero business si cancella l’identità storica di un territorio

Nella tanto discussa eliminazione del nome ladino “Plan de Corones” dal nuovo logo del celebre comprensorio sciistico dell’Alto Adige/Südtirol – che dunque ora resta solo “Kronplatz Dolomites” – per esigenze di marketing e per «valorizzare ulteriormente le altre componenti della propria offerta turistica», scelta che ha fatto incazzare (inutile usare termini più gentili ma che sarebbero meno eloquenti) l’intera comunità ladina, io ci vedo nuovamente la prepotente imposizione dell’economia sull’ecologia ai danni della montagna e delle sue comunità, ancora una volta assoggettate alle leggi del mercato consumistico senza avere alcuna possibilità di esprimere la propria posizione.

È anche un caso evidente, se pur particolare, di turismo estrattivo, nel quale il valore estratto dal territorio senza alcun vantaggio per lo stesso, anzi, con uno svilimento assoluto, è quello prettamente culturale, che richiama direttamente l’anima del territorio, il suo Genius Loci.

Giova ricordare che «economia» e «ecologia» sono parole sorelle nate dalla stessa radice greca οίκος, oikos, cioè “casa” o anche “ambiente”: sarebbero l’una di supporto all’altra, ma troppe volte nel nostro mondo la prima s’impone perché funzionale a generare profitti e soffoca la seconda, che invece sarebbe necessaria a non causare disastri. Che invece puntualmente accadono, appunto.

E di nuovo, purtroppo non casualmente, a commettere tale atto di grande prepotenza è l’industria dello sci, pervicacemente impegnata a conseguire numeri, record, tornaconti e sempre meno attenta e sensibile ai territori e ai paesaggi che coinvolge nel proprio business, non più solo per quanto riguarda l’ambiente ma pure riguardo le comunità residenti e l’identità culturale dei luoghi. Fa specie che proprio chi dovrebbe essere tra i massimi difensori delle peculiarità ambientali e identitarie del territorio in cui lavora, e che “vende” ai turisti di tutto il mondo per farci il proprio legittimo profitto, si prenda con tale leggerezza la libertà di cancellarne la referenza principale, il toponimo, insieme a tutto il patrimonio storico-culturale che in esso si rapprende.

[La cronistoria del logo di Kronplatz/Plan de Corones.]
Dunque giova pure ricordare, stavolta ai gestori del comprensorio sciistico, che il nome autentico della montagna è Plaung de Curunes, forma storicamente ladina profondamente legata alla cultura locale, poi foneticamente allineata in Plan de Corones. Come si legge negli archivi della Città di Brunico, i “Curunes” sono spiriti della montagna della tradizione ladina e “plaung” (o “plang”) deriva dalla parola latina planus (“piano”, “liscio”), quindi il nome può significare «piano/area senza bosco» e in passato veniva considerato un «luogo da ballo» per gli spiriti che abitavano la montagna. Il nome tedesco Kronplatz è invece di uso recente ed è la semplice traslitterazione del toponimo ladino.

Per cui, posto quanto avete letto, può anche essere legittimo il rebrandig del comprensorio sciistico al fine di venderlo più facilmente sul mercato del turismo internazionale: ma fino a che punto una scelta del genere, puramente commerciale, può trascurare e ignorare l’identità culturale territoriale e comunitaria al punto da considerarla – evidentemente – incongrua, persino irritante, e per questo eliminarla dal logo della località? Veramente nella pretesa irrefrenabile di conseguire risultati commerciali sempre maggiori non ci si può porre alcun limite, nemmeno di attenzione e rispetto nei confronti delle comunità locali? E sul serio si può essere così presuntuosi, o così ingenui, da non pensare che un’azione del genere faccia inalberare quelle comunità, molti dei cui membri fieri della propria cultura sicuramente lavorano per il comprensorio sciistico?

[La sommità di Plan de Corones/Kronplatz in estate. Immagine tratta da www.winklerhotels.com.]
A mio parere, una vicenda del genere, apparentemente minima dacché in origine meramente lessicale, ma in realtà profondamente emblematica dell’atteggiamento della grande industria turistica nei confronti dei territori e delle comunità, evidenzia nuovamente e impone l’elaborazione di un’articolata e compiuta ecologia del turismo, cioè di un corpus di strumenti che permetta l’analisi delle relazioni complesse e delle interazioni reciproche che si stabiliscono tra il fenomeno turistico e l’ambiente geografico, naturale e socio-culturale nel quale esso si sviluppa. Una strategia dunque che permetta non solo di pianificare al meglio la presenza turistica nel territorio rendendola consona e sostenibile alle specificità locali, ma che sappia tenere sempre in conto e manifestare piena consapevolezza anche delle peculiarità immateriali, innanzi tutto quelle culturali, che identificano un territorio e il paesaggio che lo caratterizza, dunque anche la sua componente antropica e umanistica.

[La sommità di Plan de Corones/Kronplatz in veste invernale. Immagine tratta da www.kranebitterhof.it.]
Quindi, che ritorni al più presto il nome “Plan de Corones” nel logo del comprensorio sciistico e in ogni altra forma di branding correlata! Anche perché, a dirla tutta: perché nel nuovo logo dal quale è stato eliminato il toponimo ladino si trova “Kronplatz”, il nome tedesco, e “Dolomites” cioè il nome delle Dolomiti nella forma ladina (quella tedesca è “Dolomiten”)? Che incoerente pasticcio linguistico è mai questo? O forse è solo il maldestro tentativo, da parte del comprensorio sciistico, di non generare troppa irritazione tra le comunità locali, nella consapevolezza di avere la coda di paglia?

La rediviva Santanchè, ovvero: chi non muore si rivede e (stra)parla di montagna

Daniela Santanchè.

Proprio lei, giuro. La pittoresca ex Ministra del Turismo che in quanto tale tutti ricordiamo per i disastri combinati alla guida del dicastero, imprenditrice pluri-indagata per numerosi gravi illeciti finanziari, dimessasi dal Governo in carica a furor del suo stesso popolo politico che non sapeva più come disfarsene, è ricomparsa vispa e giuliva a Milano a dissertare (volevo scrivere sproloquiare ma, come vedete, sono stato cortese) di montagne e turismo alla recente assemblea dell’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, accanto (tra gli altri) alla meno pittoresca ma per molti versi più inquietante Presidente (delle cui suggestive trovate ho di nuovo scritto proprio ieri), e pure a quell’altro Ministro, lui ancora in carica, sempre convinto di aver fatto una grande “Legge sulla Montagna” i cui effetti positivi si stanno vedendo forse nel metaverso, perché nella realtà ordinaria al momento no.

Dunque ricompare come nulla fosse accaduto, la senatrice Santanchè, e dal palco ANEF – allestito nell’ambito del “Milano Mountain Show”, un evento che più strumentalizzato (dall’industria dello sci) non si può, il quale «porta la montagna nel cuore della città» probabilmente per (ri)portare poi la città nel cuore delle montagne, visto ciò che propone: legittimamente, sia chiaro, visti i suoi patrocinatori, ma a questo punto sarebbe utile sapere di che «mountain show» stiamo parlando – dicevo, la Santanchè, dal palco ANEF, rimarca di aver (parole sue) «ribadito l’importanza di creare un sistema montagna. Imprenditori e istituzioni uniti con l’obiettivo di far vivere 12 mesi l’anno questi territori, dalle Alpi agli Appennini.»

Pensieri proprio originalissimi, eh!

Nei quali al solito le comunità di montagna, con i loro bisogni e le criticità crescenti che devono quotidianamente affrontare, risultano non pervenute. Ma tu guarda che strano!

E io mi chiedo se veramente il pubblico presente l’abbia applaudita, al suo ingresso in platea e alla fine del discorso proferito, e se proprio nessuno-nessuno di quelli in sala si sia chiesto non tanto cosa ci facesse lì – liberissima di esserci e di esprimere il proprio pensiero, ovviamente – ma in base a quale ordinario buon senso. Me lo auguro, che qualcuno dei presenti abbia saputo conservare e manifestare un tal minimo sindacale di dignità.

Fatto sta che tale recente circostanza milanese prova in modo chiaro almeno due cose: una, la qualità dell’attuale dirigenza ANEF che evidentemente affida la propria visione della montagna a siffatte ideologhe (e pari ideologi) – quella visione che poi si rileva di frequente nelle dichiarazioni pubbliche dei vertici ANEF, che raggiungono livelli di opinabilità da Guinness World Record; l’altra, purtroppo, la fine inesorabilmente infausta che farà l’industria dello sci pervicacemente legata ad un mondo politico che produce personaggi e idee di tal risma sulla montagna e sul suo futuro, alle spalle delle comunità che la abitano e nell’indifferenza riguardo la realtà effettiva delle cose.

Le quali, è bene ricordarlo ai suddetti, non tutte sono assoggettate alla monocultura industriale dello sci e sovente vorrebbero svincolarsene, vista la realtà climatica, ambientale e economica in divenire che rende già segnata la sorte di buona parte delle località sciistiche italiane. Purtroppo, ribadisco, perché è una situazione che coinvolge tutti e tutti insieme dovremmo affrontare: innanzi tutto cambiando finalmente certe idee e visioni che invece ancora si vogliono imporre a forza ai territori montani per meri interessi di parte, in forza di una ostinazione deleteria per chiunque. Anche perché la montagna è già altrove, con buona pace (pure) della senatrice Santanchè e delle sue celebri mise da montagna invernale come quella sotto rimembrata (con la costante solidarietà al povero cane).

«Un territorio dove non va nessuno forse va bene agli ambientalisti!»

[Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori pressoché privi di antropizzazione in questo settore delle Alpi e zona sottoposta a rigidi vincoli di tutela ambientale, che tuttavia la Regione Autonoma vorrebbe rendere sede di un nuovo grande impianto funiviario ad uso sciistico, con opere annesse e connesse. Foto di ©Varasc.it]
La frase che ho reso il titolo di questo articolo, e che da tempo e di frequente viene proferita (con diverse forma ma uguale sostanza) in certe circostanze pubbliche o alla stampa quando il tema è il turismo montano, sembra compendiare una delle “strategie” più in voga e concordate tra quei sostenitori della turistificazione “no limits” delle montagne – in particolar modo impiantisti, associazioni di categoria, certi grandi operatori turistici, certa politica. Ad esempio le parole sopra citate sono (vedi sotto) della Presidente di ANEF, l’associazione dei gestori degli impianti a fune, tra le più attive nel dare contro a chi si impegna nella tutela delle Terre Alte, definito genericamente e strumentalmente “ambientalista”, a volte con riferimento al solito “salotto” (d’altro canto la propaganda strumentale si basa di parole semplicistiche, altrimenti non verrebbe compresa) e per cercare di imporre l’idea secondo la quale chi difende i territori e gli ambienti montani vorrebbe che restassero vuoti e abbandonati da tutti perché così la Natura resterebbe incontaminata – immagino sia questo a cui pensino.

[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]
Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solo chinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.

In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!

[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?
Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.

Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.

Per fortuna la bresaola diventa un po’ meno “paradossale” (gioco forza)

Premessa inevitabile: questo post non è contro qualcosa ma cerca nuovamente di proporre una riflessione sul senso e sul valore della cultura di montagna rispetto a certi elementi che ne fanno parte, oltre che sulle accezioni che dovremmo intendere di certi termini e definizioni assai usati – spesso abusati – nel lessico con il quale raccontiamo quella cultura montana, tanto legittimi quanto a volte fuorvianti.

Leggo che è stato firmato un protocollo d’intesa da Coldiretti, Filiera agricola italiana spa e Consorzio di tutela della Bresaola della Valtellina Igp per avere più carne bovina italiana per la bresaola, un’origine della materia prima trasparente e nuove opportunità per gli allevatori nazionali. Forse che i soggetti citati abbiano letto (ovviamente tra altre cose) i vari post che nel tempo ho dedicato alla questione qui sul blog? 😎

Be’, ovvio che non sono così sbruffone da pensarlo realmente, ma vero è che varie volte ho messo in evidenza quello ho definisco l’emblematico paradosso della bresaola, prodotto assolutamente “identitario” e “tradizionale” per la Valtellina e tra i più “tipici” in tal senso della cucina alpina italiana, buonissimo, gustosissimo, dotato di marchio “IGP” ma che in realtà è prodotto in gran parte con carne di zebù, un bovino gobbuto allevato principalmente in Sud America e, appunto, in modo particolare in Brasile. Una narrazione obiettivamente deviante che finisce per mistificare il valore culturale della bresaola nonché, appunto, quello autenticamente rappresentativo per il territorio valtellinese; il tutto consentito dal marchio IGP – Indicazione Geografica Protetta, che a sua volta appare viepiù una efficace trovata di marketing il quale non protegge realmente nulla che non sia già valorizzato dalla bontà della bresaola stessa.

D’altro canto temo che quel protocollo d’intesa firmato non rappresenti affatto un primo passo vero per rendere la bresaola più autenticamente valtellinese o quanto meno italiana, ma soltanto il tentativo di parare il colpo inferto dallo stop europeo alle importazioni di carne bovina dal Brasile, scattato il 3 settembre scorso per la mancata presentazione di garanzie sufficienti sul rispetto delle norme Ue sull’uso degli antimicrobici. Con buona pace di tutti i messaggi pubblicitari che raccontano di «un prodotto che racchiude essenza e passione del territorio. Tutto nasce in Valtellina: tradizione, clima e maestria artigianale si fondono per creare un’eccellenza autentica»: parole che si commentano da sole, riguardanti un prodotto alla cui produzione industriale (salvo rari casi) mirata alla grande distribuzione non potrebbero certamente bastare carni bovine unicamente italiane e men meno che meno valtellinesi. Dunque, ribadisco: “Indicazione Geografica Protetta” cosa?

[Immagine tratta da https://sagr.it.]
Come ho già rimarcato nei precedenti post, nel caso della bresaola IGP valtellinese come di altre pietanze simili, e similmente ritenute “identitarie”, mi sembra che si siano perse di vista, da parte di chi produce e commercializza la bresaola, le originali specifiche storiche, rappresentative, identitarie, reputazionali del prodotto, dunque il suo articolato valore culturale per il territorio del quale si fa “bandiera gastronomica” per inseguire meri obiettivi di vendite, di guadagni, di business, di consumo (e consumismo), approfittando per tale scopo anche della sovente scarsa attenzione e consapevolezza del consumatore medio per la qualità autentica dei cibi che acquista  – dettata anche dalla spadroneggiante grande distribuzione che ormai domina ovunque, anche nei piccoli paesi, e determina il gusto enogastronomico diffuso. Quel consumatore medio che va negli ipermercati e compra bresaole convinto dalla pubblicità di portarsi a casa un alimento tipico e tradizionale delle Alpi, senza prima provare a riflettere un attimo su come sia possibile che per tutte quelle bresaole, nelle centinaia di punti vendita delle catene della grande distribuzione, possano bastare i soli bovini che pascolano sui prati della Valtellina! Il che – ribadisco – non significa che le bresaole IGP della grande distribuzione non siano un alimento di alta qualità, semmai ne dimostra la traballante “identità tradizionale” oltre che l’impropria narrazione promozionale che vi sta intorno.

Insomma: viva la bresaola della Valtellina, certamente buonissima ma che lo sarebbe ancora di più se fosse un cibo con dentro veramente e compiutamente il sapore, l’essenza e la cultura delle montagne dalle quali proviene.

Un “cinema” in montagna che trasforma il paesaggio in una “fiction”

E niente, siamo sempre alle solite: certi soggetti istituzionali considerano i cittadini che da escursionisti frequentano le montagne dei poveri idioti, al punto da non essere capaci di ammirare e godere un panorama senza qualcosa di artificiale messo lì a tale scopo.

Il “Cinema sul Garda” (sic!) sul monte Creino (1291 metri), voluta dal Comune di Ronzo-Chienis, tra le montagne dell’alto Garda trentino, è l’ennesima installazione panoramica piazzata in un luogo dove il panorama c’è già e non serve nulla per poterlo ammirare se non la più ordinaria, spontanea sensibilità verso il paesaggio e il suo valore culturale. Dunque è come se i suoi promotori attraverso di essa ci stessero dicendo, appunto: «Siccome siete scemi e incapaci di vedere il panorama che c’è lassù, vi mettiamo noi una terrazza attrezzata di cemento, legno e metallo per osservarlo. Per cui ringraziateci che ve l’abbiamo piazzata lì!»

Ma sono seri?

Ovviamente, in mancanza di motivazioni realmente sostenibili a giustificazione dell’opera e dei soldi pubblici spesi (anche se la cifra non è nota), ecco che si tira fuori il solito discorso della «valorizzazione» ma, sapendolo ormai vacuo e abusato, la si butta sul patetico sostenendo, grazie all’opera, di «poter permettere anche a chi ha difficoltà a camminare di raggiungere questo luogo». In questo modo, chiunque ha da dire qualcosa contro l’opera passa pure per un senza cuore e nel frattempo si scarica la responsabilità sugli stessi potenziali fruitori con difficoltà motorie. Tuttavia, come è chiaro da subito, anche queste presunte motivazioni non stanno in piedi e, nello specifico caso, non possono essere nemmeno considerate ammissibili.

Sinceramente, a me la terrazza del Monte Creino sembra solo l’ennesima inutile turistificazione di un luogo naturale montano ad uso per lo più agricolo, per la quale a colpi di ruspa si piazza un’infrastruttura fuori luogo e autoreferenziale in base a un modello di fruizione turistica insulso e banalizzante.

D’altro canto – mi viene da pensare – l’hanno chiamata “Cinema sul Garda” non a caso: il cinema, inteso come luogo fisico, è il posto nel quale si vanno a vedere i film cioè opere di finzione ovvero, tecnicamente, illusioni ottiche. Forse è così che i promotori della nuova terrazza considerano anche l’ambiente naturale e i suoi panorami? Cioè, una illusione da poter “vendere” e consumare come prodotto turistico, a discapito del senso vero del luogo e della relazione autentica che vi si dovrebbe intrattenere per godere consapevolmente della sua bellezza ?

Chissà.

P.S.: le immagini qui presenti sono di Gianni Carotta, Sindaco di Ronzo-Chienis, e di Marco Cassisa, membro di Europa Verde, e le ho tratte da www.loscarpone.cai.it.