La “non bresaola” (e lo sci)

Premessa necessaria (forse no, ma temo di sì): la bresaola valtellinese è buonissima, prelibata, apprezzo chi la produce e la sa fare così gustosa e le auguro lunghissima vita mantenendo sempre la bontà che le è riconosciuta.

Ecco.

[Immagine tratta da www.informacibo.it, sito che a differenza di molti altri riferisce chiaramente sulla reale provenienza delle carni bovine con le quali vengono prodotte le bresaole.]
Detto ciò, la recente sospensione da parte della Commissione Europea delle importazioni di carne dal Brasile per il mancato rispetto delle norme sanitarie, in particolare riguardo l’uso di antibiotici e altre sostanze negli animali destinati alla produzione alimentare, svela in maniera ancora più lampante l’emblematico paradosso della bresaola, prodotto primariamente “identitario” per la Valtellina e tra i più “tipici” in tal senso della cucina alpina italiana, buonissimo, gustosissimo, dotato di marchio IGP ma che in realtà è prodotto in gran parte con carte di zebù, un bovino gobbuto allevato principalmente in Sud America e, appunto, in particolare nel Brasile. Il marchio IGP – Indicazione Geografica Protetta – impone che la bresaola deve essere lavorata nella provincia di Sondrio, ma non necessariamente da carni italiane: lo so, fa ridere in quanto, dal mio punto di vista per un prodotto come la bresaola, e ancor più per come ci viene presentato e narrato, si tratta di una stupidaggine sesquipedale (è un po’ come farsi scrivere un testo dall’intelligenza artificiale ma poi editarlo a casa propria spacciandolo come frutto del proprio ingegno). Una sostanziale mistificazione, insomma, ma andiamo oltre che è meglio e comunque di questa realtà ne ho già scritto più volte, si veda qui.

Be’, ora che la UE ha bloccato l’importazione delle carni, tra le quali quella di zebù, il paradosso che la bresaola porta con sé – e in sé – risulta ancora più palese di prima: non solo l’identitarissimo e tipicissimo salume della Valtellina ha nella sostanza ben poco di valtellinese, visto che il suo ingrediente fondamentale viene ricavato da bovini che pascolano a migliaia di chilometri di distanza dalle Alpi retiche e dunque mangiano erba di tutt’altra natura (in ogni senso del termine), ma si palesa pure il rischio che la bresaola, considerata pure alimento sano, genuino, autentico, al quale la cucina valtellinese lega buona parte della sua reputazione di qualità, sia stato prodotto con carni che invece di qualità non ne avevano molta che ora, e chissà per quanto, non avrà più a disposizione. È una possibilità da verificare e possibilmente smentire, sia chiaro, ma la sostanza del paradosso resta, inesorabilmente. E se l’IGP consente da un lato alla bresaola produzioni e commercializzazioni altrimenti impensabili, nel caso si utilizzasse solo la carne dei bovini valtellinesi, dall’altro ne annacqua grandemente il valore culturale e tutto ciò che ne consegue e che spesso diventa marketing promozionale territoriale, oltre che fonte di orgoglio identitario. D’altro canto sui pascoli delle Alpi valtellinesi di bovini ce ne sono troppo pochi per garantire una produzione che non sia di nicchia, ergo i salumifici sono costretti a cercare la carne altrove: ma in questo modo, come già chiedevo in passato, la bresaola può ancora essere definita un cibo tipico e identitario della Valtellina?

Be’, francamente lo è come una “tipica” maschera del Carnevale di Venezia prodotta in Cina alla quale sia applicato un fiocchetto e per questo venduta come tradizionale, ecco.

[Uno degli articoli che ha trattato la questione dal “punto di vista” della bresaola, sul quotidiano “La Provincia-UnicaTV“.
Attenzione: il problema, in superficie, non è affatto che la bresaola venga prodotta con carni provenienti dal Brasile (e tralasciamo anche la questione dell’impatto ambientale che il trasporto di carni dall’America del sud alle Alpi genera), ma che con una buona dose di ipocrisia ci venga venduta come un prodotto tipico senza specificare chiaramente cosa si voglia veramente intendere per “tipico”. È qualcosa che avviene per molti altri prodotti, gastronomici o di altro genere, altrettanto “tipici”, ma che dentro non hanno più (o quasi) l’anima autentica dei territori di cui si dichiarano un simbolo peculiare. Per essere chiari senza voler fare polemica gratuita ma tentando di riequilibrare la narrazione: lo stesso Consorzio di tutela della bresaola della Valtellina rileva che «La disponibilità limitata di bovini italiani costringe il comparto a rivolgersi a mercati europei e sudamericani, dove la filiera è tracciata e garantita. Nel 2024, circa l’80% della materia prima proviene dal Sud America (Brasile, Paraguay, Uruguay, Argentina), mentre il 20% dall’Europa (Francia, Irlanda, Austria, Germania)», ma quando poi lo stesso Consorzio dichiara che «La IGP identifica e tutela un prodotto che racchiude essenza e passione del territorio. Tutto nasce in Valtellina: tradizione, clima e maestria artigianale si fondono per creare un’eccellenza autentica», di quale “essenza”, di quale “tutto”, di quale “tradizione” e “clima” e “autenticità” mi sta parlando o sta cercando di vendermi? E per quali scopi ultimi, visto lo stato reale delle cose?

Inoltre, andando più nel profondo della questione, io ci colgo un principio, una visione, un’idea che trovo simili a quelle che stanno alla base del turismo di massa, delle sue attrattive e del suo marketing, dunque anche delle conseguenze più spiacevoli e deleterie da esso derivanti per territori particolari come quelli montani – qual è la Valtellina, guarda caso. Cioè l’aver perso di vista, da parte di chi produce e commercializza la bresaola IGP, le originali specifiche storiche, rappresentative, identitarie, reputazionali del prodotto, dunque il suo articolato valore culturale per il territorio del quali si fa “bandiera gastronomica” per inseguire – anche qui – meri obiettivi di vendite, di guadagni, di business, di consumo (e consumismo), approfittando per tale scopo anche della sovente scarsa attenzione e consapevolezza del consumatore medio per la qualità autentica dei cibi che acquista (dettata dalla spadroneggiante grande distribuzione che ormai domina ovunque, anche nei piccoli paesi, e determina il gusto enogastronomico diffuso?). Un po’ come accade nel turismo di massa montano, appunto, per il quale non conta più l’anima dei luoghi che coinvolge e trasforma in “mete” o “destinazioni” ma solo ciò che possono offrire al cliente senza più alcuna attenzione riguardo come lo offrono e con quali conseguenze, puntando unicamente ad aumentare sempre più i numeri, le presenze, gli skipass venduti, i chilometri di piste dei comprensori sciistici, la capienza degli impianti di risalita e tutto il resto di conseguenza. Alla fine, allo sciatore che acquista il pacchetto turistico per venire a sciare in Valtellina (per restare in zona), non importa veramente dove va a sciare ma i servizi che gli vengono garantiti per aver pagato un certo prezzo, la quantità anche più della qualità di essi, il godimento dell’esperienza turistica e, ovviamente, i selfie che posterà sui social. Senza nemmeno sapere dove si trova, appunto: che sia Bormio, Livigno, Cervinia, Davos o Aspen non è importante, l’“IGP” del turismo massificato non contempla realmente la tutela del luogo e le sue specificità autentiche ma la possibilità di venderlo come meta turistica e ciò che in quanto tale, ribadisco, offre al turista-cliente.

[Alcuni giovani zebù in una fattoria dello stato di San Paolo, in Brasile. Immagine di agriculturasp – Instituto de Zootecnia – Centro Bovinos de Corte, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tutto legittimo, nulla di abusivo e molto di – per certi versi, soprattutto “imprenditoriali” – pure comprensibile, sia chiaro: ma dove fa a finire l’anima dei territori, dei luoghi, la loro cultura peculiare, l’identità reale che li caratterizza e dà sostanza a quella di chi li abita? E poi tutta la narrazione altrettanto identitaria che da tale realtà viene ricavata e imposta, la quale d’altro canto è alla base del successo commerciale del prodotto, alla fine che senso ha e può avere in concreto? O, per meglio dire: ce l’ha, un senso, oppure si risolve in una mera recitazione retorica, teatrale, pittoresca tanto quanto piuttosto grottesca? E, in tal caso, come può generare benefici reali per il territorio dalla quale viene fatta scaturire? Dunque, per farla breve e concreta: non è che di bresaola, per essere vera “bresaola” e tutelare se stessa, ce ne dovrebbe essere in giro molta meno e molto più autentica, molto più valtellinese? Non è che un cibo alpino così peculiare e identitario è stato ormai svenduto al mercato più smaccatamente consumistico – proprio certe località di montagna divenute “destinazione turistiche” – e così ora, tra le altre cose, ne subisce le conseguenze più deleterie? Non è che i produttori valtellinesi potrebbero approfittare della situazione creatasi con il Brasile per cambiare direzione (e visione) tornando su sentieri produttivi e imprenditoriali molto più consoni al proprio contesto territoriale e alla sua cultura – anche gastronomica ma non solo – peculiare?

Viviamo in un modo nel quale molto di quello che ci viene presentato come “vero” in realtà è falso – la neve artificiale sulle piste da sci è un esempio lampante al riguardo, per restare in tema di turismo montano – o è comunque altro rispetto a quanto ci viene fatto credere. Ripeto: possiamo anche accettare una situazione del genere, fruirne, farne elemento della nostra personale confort zone, ma non possiamo affatto credere che ciò non genererà delle conseguenze, probabilmente deleterie. Nel mondo in cui tutto è falso, o poco autentico, nulla più si può definire “vero” e dunque infine vale tutto, ovvero non vale più niente. Non lamentiamoci però se domani, magari, la bresaola di Valtellina sarà considerata un prodotto tipico del territorio solo perché sulla confezione ci sta scritto «Bresaola della Valtellina», così come già oggi certo turismo di massa viene presentato come “sostenibile” solo perché nei messaggi promozionali è definito «sostenibile»: nessuno sa veramente perché lo sia ma amen, basta crederci e non farsi troppe domande.

Ciclovie montane e dissesto ambientale, come volevasi dimostrare

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi.]
In uno dei numerosi post che fino a oggi ho dedicato al tema delle nuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stanno turistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto della manutenzione di queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.

Chiedevo, al riguardo: visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica,

  • la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
  • È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
  • Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
  • Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
  • E quale ente pubblico deve pensarci?

Bene (si fa per dire): il sito di informazione “Valbiandino.net” pubblica le foto di Giovanni Sanelli (le vedete qui sotto) che testimoniano lo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie, come sottolinea giustamente il sito, per la cui realizzazione vengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.

Converrete che non serva commentare oltre.

Però una cosa la aggiungerei. Questi inutili disastri imposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismo invasivo e banalizzante senza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità, non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tutto per il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se non sempre o quasi, opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata a dinamiche e interessi che non c’entrano nulla con la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.

Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro, devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali. E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatore autenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista, spero capisca sempre di più che opere del genere non vanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmente prima che si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questo minimo tanto quanto fondamentale buon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. O non pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.

E intanto noi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni. Contenti?

Domani sera vi raccontiamo la “DOL dei Tre Signori”, uno dei trekking più belli delle Alpi lombarde

Per le amiche e gli amici comaschi, lecchesi, lariani (e magari non solo per loro): domani sera, 4 settembre, avrò l’onore e il piacere di essere ospite, insieme all’amico e collega di penna Ruggero Meles, della Biblioteca di Oliveto Lario presso la sala dell’Oratorio di Limonta, in bella vista del ramo lecchese del Lago di Como e delle sue montagne, per presentare la «DOL DEI TRE SIGNORI», il meraviglioso itinerario che percorre la Dorsale Orobica Lecchese, da Bergamo fino a Morbegno.

Un cammino e un territorio di rara bellezza, ricco di tesori naturalistici, storici, artistici, culturali, sospeso prima sulla grande pianura lombarda e poi sui versanti tra il Lago di Como, le valli bergamasche e la Valtellina, con il Pizzo dei Tre Signori a fare da fulcro fondamentale e simbolo referenziale, che nel 2021 io, Ruggero e Sara Invernizzi abbiamo raccontato nell’omonima guida pubblicata da Moma Edizioni per il magazine “OROBIEcon uno stile tanto letterario quanto confidenziale, accompagnando il lettore/viandante alla scoperta delle innumerevoli emozionanti peculiarità che queste montagne sanno offrire.

D’altronde, a ben vedere, non appare affatto esagerato definire la DOL DEI TRE SIGNORI uno degli itinerari escursionistici più spettacolari delle Alpi italiane, non solo di quelle lombarde: per la varietà e la particolarità di ambienti, territori, paesaggi e valenze naturalistiche, poi per la ricchezza dei tesori artistici, culturali, storici che offre, per l’insuperabile gamma di panorami e orizzonti che regala e non ultimo, per il piacere e il divertimento che dona il suo tracciato vario e sempre agevole, mai troppo difficile o pericoloso, in alcuni tratti percorribile anche nei mesi invernali. Ed è un patrimonio che chi abita l’alta Lombardia ha la gran fortuna di ritrovarsi poco lontano dalla porta di casa: per tutto ciò la DOL DEI TRE SIGNORI merita di essere scoperta, conosciuta, apprezzata in tutto il suo valore oltre che, naturalmente, camminata a piacimento!

Dunque, appuntamento venerdì a Limonta, alle ore 21; l’ingresso è gratuito. Se siete della zona o nei paraggi, non mancate: sarà una serata che, me lo auguro, vi affascinerà profondamente.

Sabato 5 settembre torna VALMALEGGO, la più bella rassegna di libri in montagna mai vista (o quasi), con Max Cassani e Marina Morpurgo – e me

Che cosa si fa in montagna, quando il cammino è difficile? Ci si lega in cordata.

Proporre appuntamenti culturali in montagna, al di fuori degli schemi turistici consueti, non è semplice, specie quando le risorse sono poche.

Per due estati, nel 2024 e nel 2025, la rassegna VALMALEGGO ha portato i libri e la letteratura in alta quota, nei rifugi della Valmalenco, a volte con grande fatica e sacrifici ma, pur nel suo piccolo, acquisendo i consensi sempre entusiasti di un pubblico che è salito numeroso nei vari rifugi che hanno ospitato gli appuntamenti ed è poi tornato a valle portando nel proprio zaino un po’ più di emozioni, di conoscenze, di suggestioni, di bellezza rispetto a prima.

Molte persone nelle ultime settimane ci hanno chiesto: «Ma quest’anno niente?»

Ebbene, non siamo morti.

Non abbiamo rinunciato.

Stavamo solo pensando al modo di andare avanti, perché crescendo bisogna migliorare.

Gli amici di Alt[R]o Festival Valmalenco, realtà tra le più affascinanti e coinvolgenti delle Alpi e ormai consolidata, ci hanno teso una mano, offrendoci di fare cordata. Noi e loro facciamo cose diverse e in momenti diversi dell’estate e dell’autunno, ma siamo accomunati da una stessa visione della montagna e dal desiderio di frequentarla in modo gentile, senza la rapacità distruttiva del turismo di massa.

Continueremo a fare cose diverse, manterremo i nostri nomi e le nostre caratteristiche: Alt[R]o Festival continuerà a suggerire cammini negli angoli nascosti, incontri e percorsi artistici, Valmaleggo a portare nei rifugi scrittori e traduttori. Però ci daremo una mano per gli aspetti organizzativi, perché fare rete è indispensabile.

(Ri)partiremo a pieno regime nell’estate 2027.

Tuttavia, per chi ha nostalgia di VALMALEGGO o per chi vuole conoscerci, abbiamo già un appuntamento a breve: non potevamo lasciar passare un’estate intera senza portare nemmeno un libro in Valmalenco.

Sabato 5 settembre, alle ore 18 presso il centro sportivo Pradasc di Lanzada, Marina Morpurgo e io dialogheremo con Max Cassani, autore di “Rialzati e cammina. Dieci storie di salvezza grazie alla montagna (e una playlist)”, edito da MonteRosa Edizioni. Un libro nel quale Cassani, senza attribuire ai luoghi poteri taumaturgici che non hanno, racconta come l’andar per monti – dal semplice camminare al raggiungere la vetta di un Ottomila – possa essere uno strumento valido per aiutarci a superare i disagi del vivere. Dieci storie, dieci persone che, grazie alla frequentazione della montagna, sono riuscite a superare i propri disagi e per le quali la montagna ha rappresentato spesso la risposta a una domanda di senso e sempre l’inizio di un percorso di rinascita.

L’incontro con Max Cassani sarà l’occasione per rivedersi e di parlare, oltre che del libro, dei programmi futuri. L’evento, con ingresso libero, si svolgerà a prescindere dalle condizioni meteo. Se potete e volete, se siete della zona o nei dintorni, magari ancora in vacanza, non mancate: sarà un incontro assolutamente interessante e, per molti versi, emozionante, ve lo assicuro.

Il primo appuntamento con l’Alt(r)o Festival Valmalenco è invece fissato per il fine settimana del 19-20 settembre. Il programma completo del festival lo trovate nel sito web, qui – ma tornerò prossimamente a parlarvene.

Overtourism sciistico: si può calcolare la capienza massima di una pista da sci?

[Immagine tratta da www.valtellina.it.]
Sapete che i più recenti impianti di risalita dei comprensori sciistici non di rado rappresentano una delle principali seppur ignorate e sottovalutate cause di sovraturismo/overtourism sulle montagne d’inverno nonché di tutto ciò che di deleterio ne consegue?

Vado con ordine e spiego. Da tempo sostengo che una delle prime cose da fare per regolare e limitare l’overtourism sia l’elaborazione della Capacità di carico turistica (CCT) ovvero il dato numerico, chiaro e inequivocabile, che determina quante persone al massimo possono stare in un certo luogo senza creare problemi non solo di sovraffollamento ma pure, e soprattutto, di degrado.

La CCT può essere calcolata per qualsiasi spazio, luogo, ambito, e vi sono diverse formule che si adattano alle variabili in gioco in ciascun contesto. Può essere calcolata per un’intera città ma pure per spazi molti più piccoli: per una singola pista da sci, ad esempio. E siccome senza dubbio avrete visto un po’ ovunque immagini di piste sciistiche palesemente sovraffollate al punto da assomigliare più a delle vie di una città all’ora di punta che tracciati di discesa in ambiente montano, forse avrete intuito che immagini del genere denunciano chiaramente la presenza di un problema, in origine probabilmente sottovalutato. E siccome di questo problema se ne parla molto poco anche quando diventa palese, forse capirete anche come mai risulti tanto sottovalutato.

Vi propongo un esempio concreto basato su una località, Madesimo, nella quale ho sciato migliaia di volte (avendoci passato un bel pezzo della mia vita, soprattutto giovane), e sulla sua pista più nota, la “Vanoni”, nel settore maggiormente frequentato dagli sciatori, quello superiore che va dalla località Larici, o Sassoni, (1858 m) a Cima Sole (2150 m); lo vedete nell’immagine in testa all’articolo. Schematizzo l’esposizione, anche con l’aiuto dell’illustrazione sottostante, in modo da renderla chiara:

  • La pista “Vanoni” attualmente è servita da una seggiovia 6 posti ad ammorsamento automatico e alta velocità (4 metri al secondo) in grado di trasportare 800 persone all’ora. L’impianto serve anche un altro tracciato, ma chiunque conosca la zona sa bene che la gran parte degli sciatori che lo utilizza scenderà poi per la “Vanoni”, anche per dirigersi verso altre zone del comprensorio.
  • La pista è lunga 1300 metri ed è larga in media 40 metri: ha dunque una superficie complessiva di 52.000 m2.
  • Uno sciatore che la scende, per garantire una ragionevole sicurezza a se stesso e agli altri sciatori evitando scontri e incidenti vari, ha bisogno in media di uno spazio avanti a sé di 80 m2. Questo è un dato elaborato in accordo alle normative vigenti riguardo la sicurezza sui tracciati sciistici; ovviamente chi va più veloce ne ha bisogno di più, il principiante che scende lentamente di meno.
  • Da ciò si deduce che 000 m2 diviso 80 m2 = 650. Dunque la pista “Vanoni” ha una capienza “spaziale” massima e sicura di 650 sciatori.
  • Sempre in base alle statistiche ordinarie, uno sciatore amatoriale percorre tra i 30 e i 50 chilometri di piste in una giornata intera di sci alpino. Quindi, consideriamo una media di 40 chilometri che equivale – in considerazione dei tempi morti dovuti all’attesa e alla risalita sugli impianti o a pause varie, a circa 6 chilometri di piste percorsi all’ora. Di nuovo, ci saranno gli sciatori bravi che ne faranno di più e quelli principianti che ne faranno di meno.
  • Quindi, in media, uno sciatore può percorrere la pista “Vanoni”, cioè effettuare una “rotazione”, circa 3 volte in un’ora.
  • Dunque, 650 sciatori sulla pista per 3 rotazioni all’ora: 1.950 presenza all’ora in pista. Questa è, in buona sostanza, la capienza massima oraria, ovvero la Capacità di carico turistica oraria, della pista “Vanoni”.
  • In conclusione: una pista che può sopportare 1.950 sciatori all’ora è servita da un impianto che, a regime massimo, trasporta alla partenza della pista 2.800 persone all’ora, ben 850 persone in più. E visto che chi conosce la zona, ribadisco, sa bene che non sono 850 le persone che in un’ora utilizzano l’impianto per poi scendere da altre piste, se ne deduce abbastanza chiaramente che la pista “Vanoni” è in condizioni potenziali di sovraturismo o overtourism, è sovraffollata e dunque non può garantire né un’esperienza sciistica ludico-ricreativa pienamente piacevole agli sciatori che la percorrono, e nemmeno che (cosa più grave) può garantire un’adeguata sicurezza a quegli sciatori.

Ecco.

Nota finale, che rende questa mia analisi per certi versi ancora più inquietante: la pista nel tempo è rimasta sostanzialmente la stessa salvo qualche limitato ampliamento che non ne ha cambiato di molto lo stato. L’impianto precedente a quello attuale che la serviva, una seggiovia biposto ad agganciamento fisso, aveva una portata di 440 persone all’ora, ampiamente inferiore alla CCT della pista “Vanoni”. Eppure – mi viene da esclamare – pure allora si sciava e ci si divertiva un sacco a sciarci. Anzi, per quanto esposto, forse ci si divertiva molto di più di adesso senza che, ovviamente, ce ne potessimo rendercene conto: tanto del divertimento goduto quanto della maggior sicurezza usufruita.

Come detto, quello che ho analizzato qui è un caso “esemplare” tra innumerevoli simili che si potrebbero fare, praticamente in qualsiasi comprensorio sciistico che nel tempo abbia potenziato i propri impianti di risalita e accresciuto le portate orarie ma, di contro, senza aver aumentato in maniera significativa sviluppo e ampiezza delle piste da discesa. Appunto: sarà un caso poi che nelle ultime stagioni si registrano così tanti incidenti tra gli sciatori?

Tuttavia, con questa mia analisi voglio nuovamente sostenere con forza la necessità di elaborare i dati di carico e gli indici di pressione di ogni spazio che venga sottoposto e assoggettato a flussi turistici ingenti, sia esso urbano e antropizzato oppure naturale e in ambiente, caratteristica che rende le elaborazioni ancora più necessarie e impellenti. Da un lato per gestire al meglio il turismo in loco, a beneficio tanto dei turisti quanto dei residenti nei luoghi interessati, dall’altro per garantire la più adeguata e consona tutela di quei luoghi e degli ambienti naturali.

Se oggi lo sci, in crisi più o meno profonda per motivi climatici e ambientali ma anche economici, si ritiene obbligato a “gonfiarsi” sempre più aumentando la quantità di “clienti” e dunque spinge a più non posso per potenziare senza limiti i propri servizi pensando in tal modo di gonfiare parimenti i propri tornaconti, non si può mai dimenticare che i contesti nei quali si opera, cioè i territori montani, sono tra i più meravigliosi e delicati esistenti nonché patrimoni naturali collettivi, di tutti noi, che non possono essere soggetti a dinamiche gigantiste senza controllo funzionali agli interessi di pochi. E quando l’ecologia, intesa come la cura dello spazio che viviamo, soccombe all’economia, nell’accezione contemporanea più finanziaria e consumistica, quello spazio non è più semplicemente usato o fruito ma viene sfruttato, consumato, inevitabilmente depauperato. Veramente possiamo considerare un rischio del genere per le nostre montagne?