[Foto di Susanne Stöckli da Pixabay.]Quando si disserta su ciò che di materiale la montagna offre alla nostra civiltà – acqua, legno, pietra eccetera – si usa abitualmente il termine “risorse”: è una risorsa l’acqua che si utilizza per la neve artificiale, la silvicoltura usa la risorsa legno, le cave estraggono le risorse geominerarie, così come la neve è una risorsa per l’industria turistica, lo sono i pascoli e l’erba per l’allevamento e così via.
Tutto giusto? Si direbbe di sì.
Invece, forse, ci sarebbe da rispondere no. Perché in montagna – così come altrove, ma per molti versi in montagna di più – acqua, legno, pietra eccetera non sono risorse, sono beni comuni.
Non lo dico io per primo, sia chiaro, lo hanno già detto tanti prima di me e meglio, ma credo sia assolutamente il caso di ribadirlo con forza.
«Beni comuni»[1] cioè elementi che «non si possono considerare né privati né pubblici né merce né oggetto o parte dello spazio, materiale o immateriale, che un proprietario, pubblico o privato, può immettere sul mercato per ricavarne il cosiddetto valore di scambio. I beni comuni sono riconosciuti in quanto tali da una comunità che si impegna a gestirli e ne ha cura non solo nel proprio interesse, ma anche in quello delle generazioni future.»[2]
Ovvero, per dirla in parole più chiare: le risorse sono ciò di cui ci si può servire e consumare, i beni comuni invece si possono godere o beneficiare (stessa radice etimologica), traendone un beneficio che, in quanto originato da un elemento di valore collettivo come l’ambiente naturale, non può che essere a sua volta collettivo e comune.
[Foto di Julita da Pixabay.]È una differenza fondamentale, questa, sulla quale si poggia la fruizione di ciò che la montagna ci sa offrire nonché la distinzione tra consumo, sovente illimitato pur di ricavarne interessi propri (la cosiddetta tragedia dei beni comuni) e godimento consapevole dacché funzionale alla gestione dei beni comuni non solo nell’ambito spaziale, nei territori che li offrono, ma anche temporale, e beneficio delle generazioni future. E spesso, sull’uso diffuso ma, per quanto detto ora, non così legittimo del termine “risorse”, si basa pure il loro sfruttamento eccessivo nonché la convinzione, adeguatamente indotta, che una risorsa la si possa, anzi, la si debba sfruttare perché è giusto che lo si faccia cioè perché dal suo sfruttamento se ne ricavano vantaggi concreti immediati, senza porsi il problema della sua gestione e della sua salvaguardia per il domani. Una convinzione d’altro canto parecchio consona all’epoca che viviamo, molto centrato sul presente e sempre meno in grado di pensare al domani e ai problemi che si potrebbe dover sostenere per non aver ben gestito l’oggi – ciò che sta accadendo con la crisi climatica è un esempio lampante di questa situazione.
[Foto di Marco Carli da Pixabay.]Dunque, chiedo e propongo: se smettessimo di denominare ciò che la montagna sa darci come “risorse” e finalmente cominciassimo, in qualsiasi discorso pubblico civico e soprattutto istituzionale, a definirle per ciò che sono realmente, cioè beni comuni?
Che ne dite?
Secondo me, potrebbe rappresentare un primo, piccolo, semplice passo verso una rivoluzione grande, profonda e ancor più benefica per le nostre montagne, il loro futuro e per tutti noi che le abitiamo e le frequentiamo.
[1] Denominati anche beni collettivi, beni ecosistemici, commons.
Per tre anni e mezzo, cioè dall’insediamento dal governo italiano in carica, ci siamo detti – in tanti, poche le eccezioni e sempre di parte – quanto fosse inadeguata la figura di Daniela Santanchè alla carica di Ministra del Turismo: non tanto per le numerose magagne giudiziarie che la coinvolgono direttamente, quanto proprio perché porre a capo di un Ministero che si occupa di un’economia così importante per il paese – ritenuta tale innanzi tutto dalla politica – un soggetto palesemente privo sia delle competenze che delle visioni migliori alla gestione strategica del turismo italiano, parve a tutti o quasi una scelta sbagliata. E nei tre anni e mezzo trascorsi dall’insediamento ministeriale della signora Santanchè tale errore è divenuto evidente a tutti, peraltro reso pure grottesco dall’infinità di gaffe commesse dalla Ministra nelle sue uscite pubbliche (immaginatevi quindi in quelle private!)
Ora si è (è stata) dimessa, ma non sono certo qui a rallegrarmene. Preferisco sempre che chi sbaglia sappia rimediare ai propri errori e migliorare il proprio lavoro (ovvero venga messo nelle condizioni di poterlo fare, magari affiancato da figure realmente competenti), invece che se ne vada con il piagnisteo della “martire” sacrificata ingiustamente da chissà quali cattivoni traditori. Parimenti, ovvero per conseguenza indotta, del fatto che invece sia stata allontanata dal suo dicastero per ragioni di mera convenienza strumentale interna alla sua parte politica, dovute anche ma non solo a quelle magagne giudiziarie, e non perché sia divenuta inevitabile la presa d’atto della sua inadeguatezza al lavoro assegnatole e del rendimento nel periodo di reggenza del Ministero a dir poco scadente rispetto all’interesse del paese e della comunità civile nazionale, non c’è affatto da rallegrarsene. Certo, una figura chiaramente priva di capacità non potrà più fare troppi danni, ma nessuna reale presa d’atto sulla qualità dell’iniziativa ministeriale di Santanchè è avvenuta e, per di più, in questo paese così “storto” in tanti aspetti che lo contraddistinguono, se oggi le cose sono andate in un certo modo domani potrebbero pure andare peggio. Proprio la politica lo sta dimostrando da decenni, d’altronde.
Bene: nel mentre che auguro alla signora Santanchè un buen retiro in qualche isola lontana (giustizia permettendo) ove possa liberamente sfoggiare i propri pittoreschi outfit finché la salute glielo consenta, spero vivamente che nel prosieguo della sua attività il Ministero del Turismo dimostri un’attenzione ben diversa alle montagne, in merito alla loro frequentazione ludico-ricreativa tanto quanto al benessere socio-economico delle loro comunità quando legato al turismo e alle sue filiere. Un’attenzione ben lontana dai deprecabili modelli del turismo massificato e estrattivo nascosto dietro il marketing più pacchiano che così spesso il Ministero guidato dalla signora Santanchè ha purtroppo messo alla base della propria attività. Ad perpetuam rei memoriam!
Una società si dimostra particolarmente ingiusta e squilibrata non solo quando lascia che chi la governa commetta delle azioni palesemente sbagliate senza che nessuno possa intervenire per fermarle fino a che il danno conseguente sia ormai fatto, ma pure quando dà la possibilità a chi ha commesso quello azioni di restare impunito, giustificandone così l’incompetenza e l’arroganza manifestate. Questo è un principio che vale per i massimi sistemi come per i piccoli, e ancor più se a subire il danno è un patrimonio inestimabile e collettivo, di noi tutti. Noi che altrimenti, insieme quel patrimonio, rischiamo di subire una bieca doppia – se non tripla – ingiustizia.
Il principio sopra esposto è perfettamente applicabile al Lago Bianco del Gavia – ricordate? Un bellissimo lago alpino a 2600 metri di quota a poca distanza dal Passo del Gavia, tra Valtellina e Valle Camonica il quale, nonostante presenti un biotopo di raro valore naturalistico e sia posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale delle Stelvio, tra il 2023/2024 è stato preso d’assalto da un cantiere che doveva prelevarne l’acqua al fine di alimentare i cannoni sparaneve del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva. Un cantiere illegittimo e palesemente criminale che solo grazie all’appassionato impegno di alcuni amici, Marco Trezzi in primis, e ad una mobilitazione “dal basso” che ha avviato diffide, esposti finanche alla UE e una battaglia legale autofinanziata – e senza alcun supporto dalle istituzioni politiche, è bene rimarcarlo – è stato fermato, ma già dopo che sono stati causati danni evidenti alle rive del lago.
Bene: nonostante tutto ciò, solo di recente è emerso che la Procura di Sondrio, competente sull’iter giudiziario avviato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, ha archiviato l’esposto a luglio 2025, senza avvisare il legale del Comitato come la legge prevede e senza rispondere alle infinite richieste di audizione che negli anni sono state fatte. Oltre a questo ha continuato a far aggiornare l’esposto con perizie e documenti che, per quanto sopra, finivano all’insaputa dei promotori su un binario morto. Come ha scritto il Comitato sulla propria pagina Facebook, «Prendiamo dunque atto che secondo la “giustizia” Italiana devastare un habitat naturale protetto da svariati livelli normativi nazionali ed internazionali non costituisce reato alcuno.»
Viene da esclamare «Che schifo!», già. Ma non basta. Per presentare formale reclamo davanti alla giustizia Italiana contro il comportamento della Procura di Sondrio il Comitato ha deciso, previo assenso popolare raccolto in poche ore, di integrare la petizione UE e far ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme sull’accesso alla giustizia. Citando ancora il Comitato, «Soccombere a questo punto ci pare vergognoso e irrispettoso rispetto quanto di buono ed efficace fatto sin ora. Chiediamo quindi ancora una volta il vostro aiuto, per aiutarci a dare giustizia al nostro amato Lago Bianco. Per noi e per lasciare un segno che potrà essere visto anche dalle prossime generazioni.» Servivano infatti ulteriori 2.500 Euro oltre a quelli raccolti in precedenza per sostenere la causa di difesa del Lago: ma io ne sto scrivendo con qualche giorno di ritardo per cause di forza maggiore e la cifra necessaria è già stata rapidamente raccolta.
Tuttavia, posta tale assurda, vergognosa vicenda, io credo che ogni autentico appassionato di montagna e qualsiasi persona sensibile al futuro delle nostre terre alte e alla loro ineludibile bellezza, nonché consapevole che non esista alcuna società propriamente detta senza giustizia vera, anche nelle cose apparentemente secondarie come questa che in realtà non lo sono affatto – anzi, sovente sono ancora più emblematiche al riguardo – non possa non sostenere questa ulteriore, fondamentale battaglia del Comitato in difesa del Lago Bianco: donando qualcosa alla raccolta fondi, restano sensibile alla questione, facendo massa critica e pressione sulle figure istituzionali coinvolte, pretendendo che territori di inestimabile valore e bellezza come quello del Lago Bianco e ogni altro sulle nostre montagne non possa e non debba subire assalti tanto criminali da parte di soggetti pubblici o privati evidentemente incapaci di comprendere quel valore e interessati solo ai propri tornaconti, alle spalle dell’intera società civile.
La prima giustizia è proprio questa, in fondo: non quella che può sancire un tribunale o altro soggetto affine dopo un’azione giudiziaria, ma quella che noi tutti, singoli cittadini che siamo società civile e ancor prima comunità civica, dobbiamo pretendere prima che qualsiasi sopraffazione, prepotenza, illegalità, si manifestino e vengano avviate. Ancor più se coinvolge qualcosa di così bello, importante e delicato come le montagne: che sono nostre, di noi tutti, non di qualche miserrimo arrogante e dei suoi sodali. La cui impunità, sia chiaro, sarebbe un’ignobile sconfitta non solo per il Lago Bianco ma per l’intera nostra società.
Lunga e serena vita al Lago Bianco e a tutte le nostre montagne!
Un bell’articolo di Veronica Vismara, Presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, che riassume con chiarezza il “caso” del Lago Bianco: https://veronicavismara.it/lago-bianco-passo-gavia…/
Tempo fa mi hanno raccontato la storia di un tizio che, messosi alla guida della propria lussuosa auto sportiva dopo aver bevuto troppo, fatta poca strada si è schiantato contro un palo a lato della carreggiata ma, ubriaco com’era, con i poliziotti intervenuti continuava a sostenere, pure con una certa arroganza, che fosse stato il palo a venire addosso alla sua auto, non viceversa. E non ci fu verso di farlo ragionare, in quelle circostanze.
Ecco, a leggere dei 4,8 milioni di soldi pubblici con i quali Regione Lombardia vuole rilanciare la ski-area di Prato Valentino sopra Teglio, a 1600 metri di quota su un versante completamente esposto al Sole, mi è tornata in mente la storiella del tizio ubriaco che ha distrutto la propria fuoriserie convinto di non avere alcuna colpa, anzi, pretendendo di avere ragione.
In un comprensorio sciistico senza alcun futuro in forza dell’insostenibilità ambientale (vedi sopra) ed economica, nel quale i passaggi degli sciatori in dieci anni sono passati da 41mila a 13mila, dove già nel 2022 si tentò di riattivare la ski-area con un piano in project financing per il quale, guarda caso, nessun privato si presentò(ecco perché ora paga tutto la Regione, cioè noi), e proprio per tale imminente e palese fine vita sciistica si è avviato un progetto-pilota (“Prato Valentino 2050“) di riconversione turistica verso attività ben più sostenibili e logiche al luogo e alle sue caratteristiche, peraltro notevoli sia ambientalmente che paesaggisticamente, infine dove proprio per la chiusura forzata della seggiovia (fine vita tecnica e mancanza di fondi per il rinnovo) si è avuto un «incredibile» afflusso di escursionisti e gitanti attratti in loco proprio dal bello di poter esplorare la zona senza la presenza di impianti e piste di discesa, un successo che ha sorpreso gli stessi operatori turistici locali… Insomma, in un luogo dove è chiaro, indubitabile, palese quale sia il futuro turistico migliore e più gradito ai visitatori, Regione Lombardia che fa? Spende quasi 5 milioni di Euro di soldi pubblici per riattivare impianti e piste, fregandosene bellamente di tutto e tutti invece di cogliere la palla al balzo e approfittare di un’occasione così ben servita sul più classico piatto d’argento.
Ottusità? Menefreghismo? Prepotenza? Affarismo strumentalizzato? Come si può definire un atteggiamento del genere da parte dei reggenti regionali? Come l’ubriaco che si è schiantato con la propria auto dando la colpa al palo, non la vogliono proprio capire. Non che non possano farlo: potrebbero benissimo, in verità non sono così insensati come sembra, ma non vogliono. Perché buttare tutti quei soldi pubblici in un fallimento assicurato è molto più funzionale ai loro interessi e alle loro mire, che immagino annoverino anche il tentativo, in questo modo, di screditare e soffocare un progetto così interessante, concreto e lungimirante come “Prato Valentino 2050” – del quale peraltro ho parlato in loco proprio di recente, a Palazzo Besta, insieme alla professoressa Anna Giorgi dell’Unimont, uno dei soggetti che cura il progetto. No, nessuno può e deve pensare di toccare i loro affarismi, di metterli in discussione, di renderli ancora più chiaramente scriteriati di quanto già non siano. E tutti gli altri discorsi sul turismo «sostenibile», sulla salvaguardia del territorio, sulla sua “valorizzazione” lungo l’intero anno e, soprattutto, sui benefici per la comunità locale? Belle parole e basta, da mettere da parte alla svelta per lasciare spazio alle mire della Regione e ai suoi sodali locali. Ubriachi di presunzione e sfrontatezza, privi di rispetto e attenzione per il luogo e la sua comunità, capaci solo di perseguire le proprie mire delle quali potersi vantare propagandisticamente sulla stampa… ma l’auto che mandano a schiantare non è loro, è dei tellini e di tutti noi, e lo fanno coi soldi nostri, non loro o di privati!
È una cosa semplicemente vergognosa, non c’è altro da dire. Semmai c’è solo da “combattere” per avversarla e non portarla a compimento, investendo invece tutti quei soldi nel progetto “Prato Valentino 2050” e/o in cose veramente proficue e lungimiranti per Teglio, le sue montagne e per la comunità locale. E lavorando pure per evitare che in futuro amministratori pubblici così scriteriati possano di nuovo pensare ad assurdità del genere, che ne dimostrano la totale alienazione verso i nostri territori montani. Che quelli dovrebbero ben governare, non così assurdamente svendere e degradare.
[Immagine tratta da https://organizzazione.cai.it.]Care amiche e cari amici: cosa ne pensate, in senso generale, del cicloturismo montano?
È un tema che di frequente emerge nei dibattiti sulla frequentazione ludico-ricreativa delle montagne, a volte anche in modo polarizzante: perché se da un lato è un’attività ormai da tempo in espansione (soprattutto grazie alla diffusione delle e-mtb) e molto sostenuta da operatori turistici e amministrazioni pubbliche, dall’altro impone un’infrastrutturazione dei territori montani relativamente importante (con le ciclovie, innanzi tutto), anche a quote alte, lasciando spesso irrisolta la questione della condivisione degli itinerari con i camminatori e della loro manutenzione. Ma, appunto, considerando ogni cosa che al riguardo ritenete importante nel bene e nel male, che ne pensate? E perché lo pensate?
Credo sia un dibattito che è ora di far maturare in maniera concreta, magari ricavandone poi iniziative specifiche come ad esempio è stato fatto in Svizzera, nel Canton Grigioni, con il progetto “FairTrail”.
Grazie di cuore da subito per le risposte che vorrete esprimere e argomentare!