Ma guarda, gli animali sono intelligenti!

[Foto di erwin bosman da Pixabay.]
Compaiono di frequente sulla stampa notizie che riportano di nuove scoperte circa l’intelligenza e le capacità cognitive di molti animali, come questa su uno scimpanzé bonobo: notizie che vengono variamente definite “sorprendenti” ed è comprensibile, per certi aspetti.

Ma per altri aspetti è invece sorprendente che ancora noi umani ci si meravigli dell’intelligenza degli animali, in un modo che denota inevitabilmente la nostra pretesa superiorità su di essi. Ci sorprendiamo della loro intelligenza perché di norma li crediamo dotati di capacità cognitive molto inferiori alle nostre. Li riteniamo “stupidi”, insomma.

E chi l’ha detto, che le loro intelligenze siano inferiori alle nostre? Noi umani, ovviamente, parlandone come i tifosi d’una certa squadra costretti a fare qualche complimento alla squadra avversaria: «Sì, bravini… ma noi siamo comunque i migliori, i più bravi i più forti!». Intanto la nostra squadra, i “Sapiens”, in una cosa si è dimostrata sicuramente superiori a tutte le altre: a distruggere il mondo e noi stessi. Uuuh, complimenti eh!

E se invece considerassimo le intelligenze degli animali non “superiori” o “inferiori” ma diverse dalla nostra? In effetti quante cose ancora non sappiamo delle loro capacità intellettive e cognitive? Che ne sappiamo di cosa veramente sappiano fare, con la loro mente?

Sarebbe un pensiero più semplice, in fondo, eppure molto profondo e per tanti versi rivoluzionario.

Amalia Bastos, studiosa di psicologia comparata all’Università di St Andrews, in Scozia, e prima autrice dello studio sul bonobo che ho linkato lì sopra, ha detto: «Vivono vite mentali ricche, e forse meritano da noi più rispetto e più aiuto di quanto ne stiamo dando».

Forse, già. O siamo noi umani, forse, che meriteremmo un piedistallo ben più basso di quello su quale ci siamo issati per dominare il mondo.

La nuova Legge sui cammini, una “svolta storica” (dice la Ministra del Turismo in carica)

[Immagine tratta dalla pagina Instagram del Ministero del Turismo.]
Qualche giorno fa è divenuto legge il “Ddl per la promozione e valorizzazione dei cammini d’Italia”, altrimenti detta “Legge sui cammini”, con la quale – si legge nel comunicato del Ministero del Turismo, «La Repubblica promuove cammini fluviali, marini, lagunari e lacustri come itinerari sostenibili per valorizzare il patrimonio naturale, culturale e turistico. Gli obiettivi includono sicurezza, accoglienza, turismo lento, diffusione, tradizioni locali, siti storici, minoranze linguistiche, approfondimenti tematici, dialogo interculturale e tutela ambientale.»

Be’, ottima cosa! – viene da pensare subito, e speriamo che lo possa essere veramente.

Speriamo, sì: perché appena dopo quel “subito” ci ripenso un attimo e… innanzi tutto che la pittoresca Ministra del Turismo in carica sia in qualche modo avvicinabile alla cultura e al mood del camminare, non me ne voglia la Ministra ma mi sembra ipotesi più improbabile di trovare un branco di giraffe che pascolano sulle Alpi a fine gennaio.

Tuttavia, detto ciò, ecco cosa scrive(rebbe) al riguardo la Ministra in questione nel comunicato succitato:

L’approvazione definitiva della legge sui cammini, raggiunta oggi grazie al consenso unanime tra maggioranza e opposizione, rappresenta una svolta storica per l’Italia.

«Storica»? Ollalà, addirittura? Magari ha ragione, andiamo avanti e vediamo…

I cammini ottengono finalmente il riconoscimento che meritano, diventando un pilastro strategico per il turismo nazionale, con uno stanziamento di 5 milioni di euro per il periodo 2026-2028 e un milione annuo dal 2029, che si aggiungono agli oltre 30 già investiti dal Ministero per questo asset.

Una svolta storica e un «pilastro strategico per il turismo nazionale» con soli 36 milioni di Euro in quattro anni più un solo milione per quelli successivi? Wow, pensate se non fosse stato qualcosa di storico e strategico! Sarebbe toccato ai camminatori pagare la promozione dei cammini italiani? È inevitabile ricordare che per “asset” molto meno epocali e strategici altri ministeri stanno pensando di spendere 14 miliardi e rotti. Così per dire.

E ci voleva un Governo di centrodestra per dare la giusta importanza a questo comparto, che prima d’ora non era mai stato adeguatamente considerato.

Bandiera di parte immancabile e vabbè, nella speranza che per ciò il Ministero non imponga agli escursionisti di percorrere i cammini italiani al passo dell’oca!

Il Ministero del Turismo assumerà un ruolo centrale nella promozione e valorizzazione degli itinerari italiani, supportato da strumenti innovativi quali la cabina di regia, la banca dati, il tavolo permanente e il programma di sviluppo, che garantiranno un confronto costante tra tutti gli attori del settore.

Ecco: un tot di termini e formule del trito e ritrito vocabolario politico-turistico non potevano mancare: dall’orami famigerato «valorizzazione», al «programma di sviluppo» (“sviluppo” di cosa?) alla «cabina di regia» e al «tavolo permanente», che chissà che differenza c’è tra le due cose. E «strumenti innovativi» questi? Dove, come? Però di contro è strano che non abbia ancora scritto “destagionalizzazione”…

Si tratta anche di un’opportunità per riscoprire territori meno noti, veri custodi di tradizioni autentiche e motori di destagionalizzazione, rafforzando la strategia del Governo per rendere il turismo sempre più efficiente, virtuoso e inclusivo”.

Ah, ti pareva! E, domanda finale: ma la pittoresca Ministra intende dirci che la «strategia del Governo» che renderà «il turismo sempre più efficiente, virtuoso e inclusivo» è la stessa che ha reso tanto efficiente, virtuosa e inclusiva oltre che di successo insuperabile la celebre campagna “Open to Meraviglia dello stesso Ministero del Turismo?

Chiedo eh, giusto per farmi trovare preparato (al peggio).

[La Ministra del Turismo in carica durante la percorrenza di un cammino invernale (forse).]
In ogni caso, al netto di tali mie considerazioni e di tutta la solita, retorica, enfatica propaganda con la quale la politica nostrana annuncia le proprie iniziative, mi sembra che per l’ennesima volta siamo di fronte a un provvedimento basato sul «Piutost che nient, l’è mej piutost» – in milanese, “piuttosto che niente meglio piuttosto”. Era peggio se non c’era nulla, ma non è meglio perché c’è qualcosa, ovvero, in parole povere: la montagna “vera” e le cose ad essa afferenti condannate a una perenne mediocrità, a un vivacchiare stantio privo di possibilità di un vero progresso, di una reale evoluzione, ad un accontentarsi gioco forza di quel poco che c’è perché è già tanto che ci sia e guai a lamentarsene che altrimenti pure quel poco svanisce. Nel mentre che per altri ambiti evidentemente più graditi alle istituzioni eppure moooolto meno valorizzanti i territori che li ospitano c’è moltissimo di più, inutile rimarcarlo.

No, non c’è niente di «storico» qui, nulla di strategico. Se non una ben mirata strategia mirata al mantenimento della montagna e delle aree rurali nella mediocrità, lo ribadisco, funzionale da un lato a farle accontentare del poco che si concede loro e dall’altro a mantenerle inevitabilmente assoggettate ad altri business verso i quali la politica e le istituzioni pubbliche riservano ben altre attenzioni.

Di contro, se c’è qualcuno che ritiene e sa argomentare che da questa nuova “Legge sui cammini” scaturiranno vantaggi concreti per il comparto – o asset – e per tutto ciò di correlato, ben venga. Vedremo nel prossimo futuro chi avrà ragione e sarò ben felice di essere quello in torto, nel caso.

Come siamo messi con la neve, sulle montagne italiane?

[Planpincieux, 1550 m, poco sopra Courmayeur (Valle d’Aosta), lo scorso 16 febbraio. Immagine tratta da www.facebook.com/MeteoVda.]
Per certi versi quello in corso sembrerebbe – almeno in molte zone – un inverno “normale”, con neve, freddo e tutto il resto di tipico della stagione. E lo è, in effetti, ma soprattutto perché in molti degli anni scorsi un inverno propriamente detto non c’è stato e la normalità stagionale non si è potuta proprio constatare.

In ogni caso la migliore fotografia della neve sulle montagne italiane la fornisce al solito la prestigiosa Fondazione Cima, che da tempo porta avanti il monitoraggio costante dei dati d’innevamento sui monti italiani anche al fine di poter stimare le risorse idriche che saranno disponibili nei mesi primaverili ed estivi. Il dato fondamentale al riguardo è lo Snow Water Equivalent (SWE), o “equivalente idrico nivale”, una misura che rappresenta la quantità di acqua derivabile dalla neve qualora venisse completamente fusa. Si calcola moltiplicando lo spessore del manto nevoso per la sua densità e si esprime in millimetri d’acqua equivalente, oppure in kg/m2.

L’ultimo aggiornamento al riguardo della Fondazione Cima è del 15 febbraio, e nelle seguenti infografiche – che ovviamente ho ricavato dal sito web della Fondazione – viene rappresentata la situazione di fatto. Come vedete, in generale sulle montagne italiane, nonostante le frequenti nevicate registrate in molte zone, manca poco meno di un quarto della neve rispetto alla media pluriennale:

Questa la situazione in dati percentuali nelle varie fasce altimetriche di Alpi e Appennini:

I bacini idrografici, che raccolgono le acque di fusione della neve sulle montagne, sono tutti in deficit eccetto quello del Brenta in Veneto e del Simeto in Sicilia:

Più in dettaglio ecco l’andamento in alcuni dei principali bacini idrografici negli ultimi tre mesi; la situazione sta migliorando eccetto che nel bacino del Tevere:

Infine, le anomalie di temperatura rispetto alla media pluriennale, che nei mesi recenti afferenti la stagione tardo autunnale e invernale (quando in montagna si scia o si dovrebbe sciare, in pratica) sono stati -0.43° a novembre, +1.51° a dicembre, +0.19° a gennaio, dunque con un aumento medio di +0.42° sui tre mesi:

Nel sito web della Fondazione Cima trovate l’aggiornamento completo con tutti i relativi approfondimenti.

Quelli che vogliono continuare a sciare dove non è più logico farlo e quelli che no

«La neve artificiale è ormai indispensabile sulle piste da sci e anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 viene utilizzata. Qualche purista potrebbe storcere il naso, ma con il cambiamento climatico dobbiamo abituarci ad avere un ‘aiutino’ se si vogliono praticare gli sport invernali.»

Questo è l’incipit di un recente articolo del quotidiano on line “Torinoggi.it” (quello lì sopra) e trovo manifesti bene il “pensiero” alla base di certo turismo contemporaneo, non solo sciistico-invernale. Siccome c’è il cambiamento climatico che sta cambiando la montagna ma si vuole continuare a praticare gli sport invernali, bisogna accettare l’aiutino della neve artificiale. Logico. Oppure no? Forse che viceversa, a pensarci bene, la vera logica sta nel fatto che siccome in molte località montane il cambiamento climatico non consente più di sciare come una volta, non ha senso continuare a volerlo fare?

Sì ma «l’economia», «l’indotto», i «posti di lavoro», «lo spopolamento delle montagne» eccetera? Confutazione logica, all’apparenza. Oppure no? Forse che, invece, sia proprio l’economia dello sci, quando venga imposta in modalità monoculturale, a bloccare tutte le altre attività turistiche che non siano legare alla neve artificiale con le loro economie e dunque lo sviluppo generale dei territori?

Ecco un caso recente di una località che seguo da tempo, Teglio, in Valtellina:

Da anni si cerca di rilanciare il piccolo comprensorio sciistico locale, ma le condizioni meteo-climatiche e ambientali del luogo non lo consentono. Tre anni fa sono stati persino acquistati numerosi nuovi cannoni sparaneve, rimasti sostanzialmente inutilizzati (con conseguente gran spreco di soldi, inutile dirlo). Ma ecco che, magia delle magie, si spengono gli impianti di risalita e il posto si riempie di gente come mai negli ultimi anni!

Quindi, la domanda sorge spontanea: è più logico di pretendere di voler sciare anche quando le condizioni per farlo non ci sono più e dunque costringendosi a utilizzare mezzi artificiali (e a sostenere le ingesti spese conseguenti) oppure è più logico godersi la neve naturale, quando c’è, facendo tutto quello che si può fare senza dover dipendere da alcun “aiutino”?

[Gli inutilizzati cannoni di Teglio e un’immagine degli sbancamenti di qualche estate fa lungo le piste per la realizzazione del nuovo impianto di innevamento artificiale.]
E quindi vogliamo vedere che, se in molte località montane – non dico ovunque, ma in molti posti sicuramente – finalmente si sostenessero, finanziariamente e politicamente, le attività invernali non sciistiche al pari di quelle sciistiche si potrebbe generare più economia, più indotto, salvaguardare i posti di lavoro e contrastare veramente lo spopolamento di quei territori di montagna?

Ecco. Dunque per cosa è realmente il caso di storcere il naso?

[L’efficace slogan che compare sulla home page del sito web dell’Alpe Teglio. Cliccateci sopra per visitarlo.]
P.S.: a Teglio spero lo abbiano definitivamente capito che è il caso di spegnere per sempre i propri impianti di risalita (e vendere quei cannoni sparaneve inutilizzati, la cui visione è parecchio irritante), per portare avanti con impegno il percorso di ridefinizione dell’offerta turistica locale in chiave post-sciistica avviato lo scorso anno. Ne ho scritto qui.

La pace e tranquillità di McGrath e di noi tutti che andiamo per montagne

Hanno fatto “scalpore” (virgolette doverose) le immagini dello sciatore norvegese Atle Lie McGrath che si incammina solitario verso il bosco dopo aver commesso un errore durante la gara di slalom delle Olimpiadi che gli ha compromesso una probabilissima medaglia d’oro. E mentre un noto quotidiano sportivo, con la consueta “sobrietà” giornalistica nostrana (non dico altro), lo ha definito «Folle», lo stesso McGrath ha detto che voleva solo «un po’ di pace e tranquillità, cosa che non ho avuto perché fotografi e polizia mi hanno trovato nei boschi. Avevo solo bisogno di un po’ di tempo per me stesso.»

Pace, tranquillità, un po’ di tempo per se stessi. Non è esattamente quello che la gran parte degli appassionati veri di montagna ricerca nel frequentare le terre alte? McGrath in fondo non ha fatto altro che riportare il momento pur esasperato di una competizione sportiva al suo livello assoluto, ma che in fin dei conti resta un’attività di montagna, alla sua radice primordiale, al motivo per cui molti di noi che pur andiamo per valli, boschi, vette, sentieri e pendii innevati per svagarci e divertirci ma restando consapevoli del luogo in cui ci troviamo cioè del senso del contesto, frequentiamo con passione le montagne.

La follia, semmai, sta in chi invece sale sui monti e pretende di trovarci tutti i disturbi – musica, rumore, gente ovunque, casino… – che per chissà quale inspiegabile devianza psicosociale vengono ritenuti belli, attrattivi, persino necessari per non sentirsi soli e persi, e così dimostra di non aver capito nulla del contesto, del luogo, del senso di starci e di frequentarlo, di come ci si possa stare realmente bene trovandovi – anche nei momenti di difficoltà e dolore, al netto di come vengano vissuti individualmente – la pace, la tranquillità, il silenzio, il tempo per stare con se stessi, per riflettere, per ritrovare equilibrio e ogni altra cosa simile. Tutte quelle cose che dobbiamo poter trovare sui monti contrastando chi invece li voglia rimuovere e che di conseguenza dobbiamo impegnarci a salvaguardare, per le nostre montagne e per noi stessi.

Dunque non possiamo che ammirare e ringraziare McGrath per quel suo gesto seppur per certi versi “drammatico”, secondo me uno dei più belli delle Olimpiadi.

P.S.: ovviamente queste mi considerazioni possono ben valere per qualsiasi altro contesto nel quale chiunque possa e sappia ritrovare i momenti di benessere ovvero di riequilibrio qui descritti.

(L’immagine l’ho presa dalla pagina Facebook di McGrath.)