[La sommità del Titlis. Immagine tratta da www.facebook.com/titlisthepeaktobe.]Ma, esattamente, quand’è che abbiamo cominciato a salire in montagna senza capire dove ci trovassimo, senza saper più vedere il paesaggio, diventando come miopi, superficiali, istupiditi?
Sul Titlis, a 3020 metri di quota in Svizzera, dopo esserci arrivati comodamente in funivia si potrà accedere a una torre ricavata dalla ristrutturazione di un’antenna per telecomunicazioni per godere il panorama pagando 19 Franchi (quasi 21 Euro), dove già il panorama c’è ed è gratis (biglietto degli impianti per arrivarci a parte), essendo su una vetta di oltre 3.000 metri [1]. Ma è solo un “macroesempio” – e nemmeno dei peggiori – di ciò che accade quasi sempre ove vi siano passerelle panoramiche, panchine giganti, ponti tibetani e altre amenità turistiche, che promettono di offrire «panorami mozzafiato» dove i panorami ci sono da sempre ma evidentemente, prima, non si era capaci di vederli e coglierli per cui c’è bisogno di tali “occhiali giganti” per vincere la miopia verso il paesaggio che ci attanaglia.
[La torre panoramica del Titlis. Immagine tratta da www.facebook.com/titlisthepeaktobe.]Ovvero, come bambini troppo cresciuti ma che ancora sanno poco del mondo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che lì c’è un bel panorama, un angolo caratteristico, un luogo affascinante – in fondo lo stesso accade con gli influencer che con i loro post sui social indirizzano frotte di “turisti” verso località altrimenti ignorate, probabilmente perché quei “turisti” (virgolette inevitabili) non hanno le capacità mentali e la curiosità per scegliersi da soli i luoghi da vedere.
Insomma: com’è che ci siamo istupiditi così tanto, per giunta diventando elementi di disturbo quando non di degrado dei luoghi che in modi tanto inconsapevoli e superficiali visitiamo? Inoltre: essendo diventati così stupidi, quando visitiamo certi luoghi, non è che a furia di «panorami mozzafiato» finiremo pure inesorabilmente soffocati?
[La passerella panoramica dei Piani Resinelli, sopra Lecco, posta in un luogo chiamato “Belvedere” proprio perché lì il panorama lo si è sempre ammirato senza bisogno di manufatti del genere.]Be’, ironie a parte, sarebbe veramente il caso di rifletterci seriamente su questa realtà. Prima che la pandemia da istupidimento turistico si propaghi troppo e finisca per devastare con inutili e degradanti attrazioni molti altri luoghi di pregio, sulle nostre montagne e altrove.
[1] Per la cronaca, non sono mai stato sul Titlis ma l’ho visto “dall’alto”, avendo salito alpinisticamente il Sustenhorn, vetta più alta di quasi 300 metri che si trova proprio di fronte al primo. Dunque la zona la conosco bene.
[Fate clic sull’immagine per far partire il video.]
Se pensate di venire in montagna solo per divertirti, fare chiasso, baccano, baldorie, musiche da discoteca, beh, allora potete starvene tranquillamente a casa!
Comincia così l’“appello” dell’amico Matteo Righetto in vista dell’imminente stagione estiva e vacanziera nelle sue Dolomiti: lo trovate nel video sottostante che rilancio molto volentieri. Un appello peraltro validissimo per qualsiasi altra zona delle nostre montagne sottoposta al turismo più massificato, superficiale e meno responsabile.
La montagna è un luogo speciale che deve essere goduto in modo altrettanto speciale e, proprio per questo, veramente divertente e appagante. Viverlo con un atteggiamento da parco divertimenti non solo è stupido e irrispettoso, ma pure deprimente per chi assume quell’atteggiamento (oltre che per chi lo osserva).
D’altro canto sono certo che si stia diffondendo in maniera crescente una frequentazione turistica delle montagne sempre più consapevole, in primis da parte delle nuove generazioni. Compito fondamentale di chi ha a cuore il destino delle Terre Alte, secondo me, è fare in modo che non ci sia bisogno di dire a qualcuno privo di quella consapevolezza di non venire sulle montagne ma che si possa alimentare una cultura diffusa al riguardo per la quale quel qualcuno resti a casa propria o vada altrove di sua spontanea volontà. Ecco.
Le aree montane non sono una semplice periferia, ma una leva strategica per il futuro del Paese. Lo mette in chiaro da subito il documento “Sviluppo sostenibile per le regioni montane: dalla marginalità alla centralità”, pubblicato l’11 maggio scorso dal sottogruppo di lavoro “Montagna e Aree interne” dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. È uno dei migliori position paper pubblicati negli ultimi tempi in tema di sviluppo autentico, e autenticamente sostenibile, per le montagne italiane, per come sappia mettere in fila i principali elementi che caratterizzano il tema analizzando il quadro normativo nazionale e le disuguaglianze territoriali, per poi approfondire il necessario cambio di paradigma, il ruolo dei servizi ecosistemici, le opportunità offerte dalla Nature Restoration Law e, infine, evidenziando le criticità delle politiche di coesione per avanzare proposte concrete, fattive, operative per il rilancio delle aree montane. Lo potete scaricare in formato pdf qui.
In un contesto globale segnato da crisi climatica, disuguaglianze crescenti e ritardi nell’attuazione dell’Agenda 2030, le montagne assumono un ruolo cruciale. Coprono circa un quarto delle terre emerse e garantiscono servizi essenziali come acqua, biodiversità e risorse naturali, da cui dipendono miliardi di persone. Eppure, questi territori continuano a soffrire di spopolamento, carenza di servizi e frammentazione delle politiche pubbliche.
Il documento di ASviS evidenzia come, nonostante l’impegno delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, le strategie attuali risultino spesso disallineate e poco efficaci a livello territoriale. Anche in Italia, il nuovo quadro normativo – dalla legge 131/2025, la recente “Legge sulla Montagna”, alla Strategia per la Montagna Italiana – presenta criticità legate alla governance, alla classificazione dei comuni montani e alla frammentazione delle risorse.
Risulta sempre più indispensabile riconoscere il valore dei Servizi Ecosistemici forniti dalle aree montane, introducendo strumenti di compensazione e modelli di sviluppo capaci di integrare ambiente, economia e coesione sociale. Si tratta di passare da una logica assistenziale a una strategia abilitante, che valorizzi il capitale naturale e sostenga le comunità locali. Questo significa anche stabilire un patto di mutua responsabilità tra i territori e le popolazioni (la montagna) che forniscono questi servizi, e coloro che ne beneficiano (le città e la pianura). Questo patto, di matrice pienamente metromontana, è essenziale per garantire la continuazione della fornitura dei Servizi Ecosistemici vitali di cui le città beneficiano (es. acqua pulita) e, al contempo, per sostenere le comunità montane a mantenere vive le loro terre e ottenere servizi adeguati.
Ma ve ne sono molte altre di priorità da realizzare al più presto: contrastare lo spopolamento attraverso politiche per i giovani e i nuovi residenti, rafforzare e garantire i servizi essenziali e la connettività digitale, promuovere la formazione e l’istruzione in loco, garantire una fiscalità di vantaggio a chi voglia vivere e lavorare in quota, sostenere le filiere produttive locali e promuovere modelli di governance territoriale più integrati e partecipativi.
Il documento di ASviS richiama inoltre l’urgenza di coordinare le diverse strategie esistenti – dalla Strategia nazionale per le aree interne alle Green Communities – superando il cosiddetto “paradosso strategico”: la proliferazione di piani che faticano a tradursi in azioni concrete.
In questa prospettiva, il principio di equità territoriale emerge come chiave di lettura trasversale: garantire pari accesso a servizi, opportunità e investimenti indipendentemente dalla collocazione geografica significa riconoscere alle aree montane non solo specificità e fragilità, ma anche un ruolo strutturale nell’equilibrio complessivo del Paese. È su questa base che il documento propone di riorientare politiche e risorse, superando logiche frammentarie e costruendo un modello di sviluppo realmente inclusivo e sostenibile.
[Un “Quarto Stato delle montagne”, immaginato con l’aiuto di Google Gemini AI.]È fondamentale attuare finalmente un cambio di paradigma: la montagna deve passare da una condizione di marginalità ad una di centralità strategica, ancor più in forza della crisi climatica in corso e della realtà in divenire. Questo cambio di paradigma implica lo sviluppo di una nuova economia montana integrata, che non si limiti alla sola vocazione turistica, ma valorizzi tutte le sue risorse e specificità. Si tratta di riconoscere il valore non solo intrinseco, ma anche funzionale dei territori montani per l’intera collettività.
Insomma: il documento di ASviS contiene numerose e valide proposte per rimettere al centro del paese le sue/nostre montagne. Sapranno la politica e gli enti pubblici, i portatori d’interesse istituzionali, i grandi soggetti economici, i loro partner strategici e chiunque abbia facoltà di decisione e intervento sui nostri territori montani dare corso a tali proposte e alle numerose altre con le quali da tempo si invoca quel fondamentale cambio di paradigma? Oppure di nuovo tutto quanto scivolerà, tra tante belle parole, suggestivi slogan e seducenti promesse diffuse ad hoc da qualche media compiacente, nel solito dimenticatoio?
Ieri, mercoledì 17 giugno, il Senato italiano ha ripreso l’esame del Ddl 1552, il controverso disegno di legge sulla caccia che da settimane sta alimentando uno scontro sempre più acceso tra il Governo e il mondo ambientalista. Un Ddl con il quale si intende stravolgere le regole sulla caccia: più mesi per sparare, aumento delle specie cacciabili, meno aree protette, fucili anche in spiaggia e nei boschi, migliaia di uccelli catturati rinchiusi a vita in gabbia, meno libertà di vivere in natura. È senza alcun dubbio una legge pericolosa che mette a rischio animali già vulnerabili e trasforma la natura in un campo di tiro, oltre che essere anticostituzionale e contraria a numerose leggi nazionali e europee.
Contro la legge si stanno mobilitando larga parte della società civile, le associazioni di tutela ambientale nonché il mondo della scienza: dieci organizzazioni scientifiche hanno sottoscritto una lettera alle più alte cariche dello Stato denunciando i rischi che la riforma comporta per la biodiversità, il rispetto del diritto europeo e il ruolo della scienza nei processi decisionali. Secondo i firmatari, il provvedimento rappresenta un grave arretramento del sistema di tutela della fauna costruito negli ultimi trent’anni e, come ho accennato, rischia di compromettere principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, dalle normative europee e dalle evidenze scientifiche oggi disponibili.
Io, che non sono mai stato contro la caccia regolamentata con sensatezza ma che non posso non essere radicalmente contrario a una legge così spaventosa e incurante della più elementare tutela della Natura – del cui ambiente facciamo parte anche noi, evidentemente i nostri governanti se lo sono scordato – a fronte di un tale Disegno di legge mi chiedo: ma come si può essere così scriteriati? Come si può manifestare così tanta incuria, insensibilità, menefreghismo, meschinità verso l’ambiente naturale? E a che pro, poi? Per la “lobby” dei cacciatori (una pratica che nel giro di qualche anno si estinguerà)? Per quella delle fabbriche di armi e munizioni? O solo per mere ragioni ideologiche e strumentali?
E, sia chiarissimo, personalmente non ne faccio per nulla una questione politica di parte. Perché se è chiaro che l’attuale Governo, con i suoi sodali, ha palesemente da tempo l’obiettivo di smontare il più possibile le tutele ambientali in vigore, dall’altra parte non ho sentito così spesso dichiarazioni di segno differente e, soprattutto, azioni concreteper garantire e accrescere quelle tutele. Anzi.
D’altro canto sono fermamente convinto che, come l’ambiente naturale è un patrimonio inestimabile di tutti e fondamentale per la vita di chiunque, in primis tutti noi come persone e cittadini abbiamo il diritto e il dovere di schierarci a difesa della nostra Natura e di fare massa critica al fine di influenzare qualsivoglia parte politica in tal senso, contrastando e fermando provvedimenti così scriteriati e pericolosi.
Non è una questione di questo o quel Governo, dell’una o dell’altra parte politica ma, soprattutto, è una questione di coscienza civica, di intelligenza, di rispetto verso il mondo in cui viviamo, di dimostrarci veramente Sapiens. Di umanissimo buon senso, insomma.
Per approfondire (tra i tanti siti che lo consentono):
Avrete forse letto della pista di plastica per “sciare” tutto l’anno inaugurata di recente al Passo della Presolana, nelle Prealpi Bergamasche. Ne avevo già scritto in passato, qui.
Ora, a parte che “sciare” (virgolette indispensabili) tutto l’anno su una pista di plastica lunga qualche centinaia di metri stesa tra i prati è una cosa che chi frequenta e conosce le montagne commenterà da sé (peraltro ci avevano già pensato più di mezzo secolo fa, non c’è nulla di veramente innovativo), ciò che veramente sconcerta, e sinceramente fa un po’ ridere (con tutto il rispetto del caso), non è nemmeno l’infrastruttura in sé ma sono le dichiarazioni di contorno di chi ne esalta le “virtù” (la fonte è qui):
«Il progetto della Presolana Ski Arena 365 si distingue per una combinazione di elementi chiave: la tecnologia all’avanguardia garantita dall’utilizzo delle più recenti superfici Neveplast e la sostenibilità ambientale (materiali certificati, attenzione al paesaggio, economia circolare).»
«Sciare su una pista sintetica significa poter praticare il nostro sport in ogni stagione, indipendentemente dalla neve, dal meteo e dal periodo dell’anno.»
«Questa pista saprà regalare sport, passione ed emozioni, creando nuove opportunità di crescita non solo per gli atleti ma per tutto il territorio bergamasco, che ancora una volta dimostra di saper innovare guardando al futuro senza dimenticare le proprie radici.»
«Così cambiamo il modo di vivere gli sport invernali.»
Ma veramente costoro credono alle cose che dicono? «Sostenibilità», «attenzione al paesaggio», «economia circolare», «cambiamo il modo di vivere gli sport invernali»… con una pista da sci di plastica? Sul serio?
[Immagine tratta da www.bergamonews.it.]Sinceramente, mi sembrano più dichiarazioni in stile televendita che affermazioni consone alla realtà del luogo e della montagna in generale, nemmeno funzionali a “vendere” la nuova attrazione ma più a imporre un’idea di montagna sempre meno genuina e più artificiale, più piegata alla turistificazione insensata, alla mera propaganda, alla montagna luna park per chi desidera sciare anche in piena estate a 1200 metri di quota. E ci starebbe anche se così fosse, cioè se in questo modo più sincero si avesse l’onestà di presentare l’iniziativa senza piazzarci sopra a forza termini e concetti che non solo non c’entrano nulla – “sostenibilità”, “paesaggio”, “economia circolare”… – ma il cui uso dimostra l’assenza di conoscenza e consapevolezza del loro reale significato, ancor più se riferito al contesto montano.
Invece, con quel profluvio di parole prive di senso, di sostanza e soprattutto di cultura della montagna, tutto quanto appare parecchio ridicolo, appunto. Nonché inquietante, inevitabilmente.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]P.S.1: in verità, formalmente io non avrei nulla contro le piste da sci in plastica… se fossero fatte in città come sarebbe più logico e funzionale, non in montagna.
P.S.: e comunque a me, a leggere queste cose, viene solo da pensare a quelli che, per sfogare le proprie pulsioni sessuali con l’altro genere, non sapendo o potendo fare nel modo più “ordinario” si muniscono di bambole gonfiabili. Che a loro volta sono fatte di plastica e sembrano vere, guarda caso.