Noi europei e la crisi climatica, come struzzi con la testa nella sabbia e il sedere ustionato

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Il continente europeo è sempre più nella morsa del caldo estremo dovuto alla crisi climatica di matrice antropica: le temperature aumentano a una velocità doppia rispetto alla media globale e raggiungono sempre nuovi record, gli incendi distruggono centinaia di migliaia di ettari di superfici boschive, le siccità diventano frequenti causando enormi problemi e costi per miliardi di Euro, e al contempo i ghiacciai alpini fondono con velocità crescente togliendoci la disponibilità della loro riserva d’acqua potabile, i decessi in eccesso per il caldo, secondo i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, a fine giugno erano già oltre 10.000 e chissà quanto saranno da qui alla fine della stagione.

E nei prossimi anni andrà ancora peggio, inesorabilmente.

E noi europei, popolo più avanzato e colto del pianeta, cosa facciamo? Salvo rari casi facciamo finta che non stia accadendo nulla, mettiamo in dubbio quando non annulliamo le politiche comunitarie di transizione ecologica, tagliamo le risorse destinate alla tutela ambientale rispetto agli effetti della crisi climatica, senza contare i soliti rigurgiti di negazionismo ideologico e strumentale che alimentano dibattiti mediatici francamente vergognosi. Siamo come gli struzzi, che nascondono la testa sotto la sabbia ma intanto lasciano fuori il sedere che così inevitabilmente si ustiona e non facciamo nulla per evitarlo, pur di tenere la testa insabbiata. [1]

[Illustrazione di Hello Cdd20 da Pixabay.]
Sia chiaro che non ne faccio una questione di parti politiche: primo perché non mi occupo di saltimbanchi e clown (con tutto il rispetto per chi pratica seriamente tali attività), secondo perché se da una parte si fa di tutto per negare o minimizzare la crisi climatica in atto e mantenere lo status quo generale, dall’altra parte – quella in cui dovrebbero stare i più sensibili ai temi ambientali – non mi sembra ci si sia mai occupati della questione con il dovuto impegno e la necessaria coerenza. Anzi.

E non ne faccio nemmeno una questione di allarmismo, catastrofismo o che altro, per carità! Piuttosto, come dice bene Giovanni Kappenberger, climatologo svizzero tra i più stimati in circolazione, «Spesso si parla solo di adattamento, quando invece dovremmo parlare di mitigazione: dovremmo cambiare i nostri comportamenti, perché tutto ciò che facciamo per mitigare i cambiamenti climatici ci permette di risparmiare rispetto alle spese e ai costi, molto più pesanti, che potremmo avere in futuro.»

[Immagine tratta da www.ilmessaggero.it.]
In parole povere, dobbiamo stabilire cosa pensiamo sia meglio, o peggio: se mantenere lo status quo del sistema economico-industriale attuale, quello che determina maggiormente la crisi climatica in divenire, oppure se cambiarlo radicalmente con sicure conseguenze sociali ma mitigando, appunto, le conseguenze dei cambiamenti climatici e così garantendoci più a lungo una qualità della vita accettabile.

In parole ancora più povere: se perdiamo il lavoro perché la transizione ecologica e la mitigazione dei cambiamenti climatici impongono la trasformazione del sistema produttivo che ci dà da mangiare ma che sta degradando il clima il quale ci debilita e a volte ci uccide, forse ne troveremo un altro, di lavoro, prima di soccombere alla realtà delle cose. Se invece perdiamo le condizioni accettabili di vivibilità del mondo che abitiamo, l’unica soluzione è migrare in un’altra parte di mondo ma con ciò senza garantirci di sfuggire alle conseguenze del riscaldamento globale (che è globale, appunto, e interessa tutto il pianeta), oppure sperare semplicemente di sopravvivere e non lasciarci le penne come è purtroppo già successo per decine di migliaia di persone. Perché un altro mondo a disposizione non ce l’abbiamo e il trasferimento su Marte al momento resta ancora una suggestiva chimera.

Dunque, al netto di ogni altro inutile bla bla bla, che vogliamo fare?


[1] Utilizzo vernacolarmente il diffuso modo di dire dello struzzo che infila la testa sotto la sabbia per nascondersi, ma si sappia che in realtà è falso: sembra essere una sorta di “leggenda metropolitana” ante litteram che distorse quanto scrisse duemila anni fa Plinio il Vecchio (23–79 d.C.), cioè che gli struzzi «Immaginano, quando hanno infilato la testa e il collo in un cespuglio, che tutto il loro corpo sia nascosto». Per saperne di più cliccate qui.

 

Una scommessa (cinica ma provvida) sulla nuova “tangenziale” di Tirano

[Cliccate sull’immagine per vedere il video.]
Qualche giorno fa è stata inaugurata, con la solita pompa magna politichese, la nuova Tangenziale di Tirano, in Valtellina: un’opera attesa da più di cinquant’anni, divenuta “olimpica” per servire le sedi di gara a Bormio e Livigno, non completata in tempo per i Giochi nonostante le mille promesse (nel solito stile politichese nostrano) e ora finalmente conclusa.

Ora che le luci della ribalta si sono spente, al netto che quella pompa magna istituzionale è ben poco giustificata visto che per realizzare soli 6,6 chilometri di strada si è impiegato mezzo secolo (l’opera venne inserita nel Piano di Ricostruzione e Sviluppo della Valtellina dopo l’alluvione del 1987 – ma, appunto, alla politica italiana, tutta quanta, piace un sacco sfilare e mettersi in posa davanti a obiettivi e telecamere), mi rivolgo a chiunque potrà e dovrà usufruire della strada e propongo una sfida: scommettiamo che l’opera avrà problemi tecnici e strutturali nel giro di breve tempo, cioè tra non più di qualche anno?

Non è per fare l’uccello del malaugurio (sul serio, anzi: mi auguro proprio di perderla, una tale sommessa) e nemmeno per dar contro ai politici coinvolti (ci pensano da soli a fare ciò) ma perché diversi conoscenti tecnici del settore mi hanno evidenziato le numerose mancanze e criticità della nuova strada, peraltro in diversi casi evidenti anche allo sguardo meno competente, dovute non tanto e non solo a errori di progettazione quanto al metodo di lavoro in economia, nel solito modus operandi nostrano.

Ad esempio, cliccando sull’immagine qui sopra trovate una dettagliata relazione tecnica che individua i numerosi rischi idrogeologici ai quali è sottoposta la nuova strada che, secondo la stessa relazione, si sarebbero potuti in gran parte evitare con una diversa progettazione del tracciato. Ribadisco: c’è solo da augurarsi che tale relazione illustri le ipotesi di rischio peggiori in assoluto dunque quelle meno attendibili; di contro c’è di che altrettanto augurarsi che la realizzazione della nuova arteria, così attesa dal territorio e dalla sua comunità, abbia effettivamente conseguito la massima qualità tecnica e strutturale possibile evitando di osservare certe “convenienze” sovente riscontrate nei lavori pubblici italiani, funzionali alla strumentalizzazione politica delle opere o ad altri scopi alieni ad esse ben più che alle loro funzionalità e utilità concrete. Opere che poi, in numerosi casi e inevitabilmente, sono finite alla malora in pochi anni: un’eventualità che la Valtellina non merita assolutamente di dover contemplare.

Le piste da sci e gli impianti di Colere sono fuorilegge? Lo stabilirà la Procura di Bergamo

Ricorderete, forse, la vicenda del progettato collegamento tra i comprensori sciistici di Colere e Lizzola, sulle Prealpi bergamasche, uno degli interventi più devastanti e megalomaniaci degli ultimi anni che, appunto, non è al momento partito e anzi s’è impantanato in mille ovvi problemi – anche grazie all’attivismo del Comitato “Terre Alt(r)e che da subito ha cercato di mettere pubblicamente in evidenza quei tanti problemi. Ne ho scritto spesso anche io della vicenda, qui trovate molti dei relativi articoli.

Nel frattempo sul versante di Colere, la cui società di gestione degli impianti è la capofila del progetto di collegamento con Lizzola, sono stati fatti molti lavori su piste da discesa, impianti, infrastrutture ovvero – per dirla in altro modo pure più obiettivo – molti danni al territorio montano coinvolto.

Per questo sabato 8 agosto scorso Legambiente, con l’assistenza dell’Avvocato Laura Testa, esperta di diritto amministrativo e ambientale, ha depositato un esposto alla Procura di Bergamo (vedi qui) per fare chiarezza su alcuni interventi realizzati nell’area negli ultimi mesi, dopo che le segnalazioni inviate un anno fa al Parco delle Orobie Bergamasche, ai carabinieri forestali e ai Comuni di Colere e Vilminore di Scalve non avrebbero mai ricevuto risposta; qui trovate il comunicato stampa al riguardo dell’associazione. A destare le maggiori preoccupazioni è la zona del geosito “Mare in Burrasca”, un sito carsico considerato tra i più pregiati della Lombardia, variamente devastato da nuove strade, spianamenti delle piste, scavi per impianti di servizio al comprensorio, in barba a numerose prescrizioni ambientali, senza le autorizzazioni previste dalla legge e in assenza di controlli da parte degli organi preposti, nel silenzio (assenso?) del Parco delle Orobie Bergamasche nel cui territorio ambientalmente tutelato ricade il comprensorio di Colere. Infine, anche il nuovo albergo di lusso realizzato (ristrutturando un preesistente stabile) nel mezzo delle piste a 1600 metri di quota presenterebbe criticità nella gestione dei rifiuti di cantiere e presunti problemi nell’impianto di trattamento dei reflui. Tombola!

E, ribadisco, la società di gestione del comprensorio sciistico di Colere è quella che vorrebbe realizzare il collegamento con Lizzola. Immaginatevi il disastro assoluto che ne scaturirebbe.

Tutto ciò ha reso l’esposto di Legambiente sostanzialmente inevitabile. Ma, forse, ancora più tale lo rendono le immagini dei lavori nel comprensorio che vedete sopra e sotto, tratte dalla documentazione che ha fatto da base all’esposto (e ringrazio molto i suoi estensori per avermi concesso di pubblicarle). Ecco: tali immagini – di un versante montano tra i 1600 e i 2200 metri di quota dalle peculiarità geologiche, naturalistiche e ambientali più uniche che rare così devastato e degradato – credo valgano molto più di qualsiasi pur articolato commento scritto.

Chiudo con le parole di Elena Ferrario, presidente di Legambiente Bergamo che, insieme a OrobieVive, fa da “motore” principale al Comitato che contrasta i lavori tra Colere e Lizzola, la quale ha così commentato la presentazione dell’esposto in procura: «Colere è un territorio molto fragile, soggetto a una pressione che non sembra valorizzare i suoi contenuti naturalistici e paesaggistici. Sono questi ultimi a costituire la garanzia di una sua attrattività a lungo termine, garantendo riparo dagli effetti della crisi climatica. L’esposto alla Procura serve a rimettere al centro la specificità del territorio, sperando che le attività imprenditoriali orientino diversamente le loro energie.»

Un divieto “di libertà” (anche da pericolose superficialità ferragostane)

Mentre i boschi italiani, da nord a sud, bruciano per motivi colposi e non di rado dolosi, con la crisi climatica in peggioramento crescente che rende i roghi ancora più devastanti, intorno a quegli stessi boschi abbondano spettacoli pirotecnici, fiaccolate, falò ferragostani, svolazzi di lanterne cinesi, come scrivevo giusto qualche giorno fa, qui. Tutto ciò come se al patrimonio forestale collettivo non stesse accadendo nulla e come se gli interventi necessari per spegnere i roghi non costassero milioni di Euro al giorno e ne provocassero altrettanti di danni ai territori coinvolti – di soldi pubblici, non serve dirlo spero.

Dunque io ora, per puro amor di logica, chiedo: ma i divieti di accensione di fuochi all’aperto che giustamente impongono le amministrazioni locali, spesso su indicazione degli enti istituzionali superiori, al fine di prevenire gli incendi in questi periodi di notevole criticità, perché valgono per i privati e non per i soggetti pubblici? Come possono i comuni imporre (in modo inevitabile e sacrosanto, ripeto) a Tizio, Caio e Sempronio di non accendere fuochi durante le proprie grigliate nei prati quando gli stessi comuni patrocinano fuochi d’artificio e addirittura fiaccolate (come è incredibilmente accaduto di recente a Borno, in Valle Camonica, vedi sotto) solo perché «è una tradizione da rispettare e che piace tanto a residenti e turisti»? Come si fa a essere così ottusi e a pretendere che tutti rispettino le ordinanze, quando è nota (purtroppo) la mancanza di senso civico e sensibilità ambientale di molti italiani?

Nel nostro paese gli incendi boschivi sono in costante aumento, in questo 2026 soprattutto, e nel 90% dei casi sono colposi e dolosi. Dunque perché nel periodo estivo e in particolar modo nei momenti di siccità e di stress vegetativo non si vietano i fuochi all’aperto – braci, falò, fiaccolate, lanterne cinesi, fuochi pirotecnici e quant’altro di ardente –  a chiunque?

A chiunque, ripeto: tanto al vacanziere stolto che vuole farsi le salamelle ai margini di un bosco quanto al comune che per la festa del patrono o per il Ferragosto pretende di sparare fuochi artificiali e accendere falò. Rinunciarvi sarebbe un bel segno di civiltà e di buon senso civico collettivo soprattutto da parte delle istituzioni, sempre troppo impegnate nel gestire il consenso dei propri bacini elettorali e così poco attente alla gestione e alla cura dei territori amministrati.

P.S.: nel frattempo che ho scritto questo articolo e poi l’ho pubblicato sono arrivate alcune ordinanze di divieto di accensioni di qualsiasi tipo di fuoco, ad esempio in Lombardia sollecitate da un’apposita ordinanza regionale. Come ho rimarcato, mi auguro che tali divieti vengano osservati da tutti, anche se il timore che molti – privati e pubblici – non li rispettino per ragioni assolutamente stupide (le tradizioni, i turisti, le usanze tipiche, «si è sempre fatto così», «che sarà mai, basta stare attenti», eccetera) resta inevitabilmente concreto.