La politica del «piuttosto che niente meglio piuttosto» che condanna la montagna lombarda a un eterno vivacchiare

[Panorama dell’alta Val San Martino con sullo sfondo le montagne del Lario Orientale sovrastanti Lecco.]
Leggo sulla stampa che Regione Lombardia ha stanziato 14.375.000 Euro per «fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale delle aree interne tra il Lario orientale, la Valle San Martino e la Valle Imagna» (province di Lecco e Bergamo), un territorio in gran parte di media e bassa montagna.

«Wow! Finalmente una buona notizia per le montagne lombarde» verrebbe da esclamare. E lo è, una buona notizia. Diciamo che lo è come lo sarebbe stata l’annuncio di un bel pranzo a base di carni pregiate per un montanaro che abitualmente si cibava di polenta, castagne e poco altro, ecco.

O, per dirla in altro modo, è un’altra manifestazione della strategia del (in idioma milanese) «Piutost che nient, l’è mei piutost», piuttosto che niente è meglio piuttosto: quella ideata per far credere alla montagna di essere aiutata, sostenuta, supportata nella propria quotidianità ma che in concreto la mantiene nel proprio limbo di perenne incertezza, non del tutto abbandonata ma per nulla sviluppata come dovrebbe e meriterebbe. Poi, ovviamente, si dichiara che i soldi servono «per fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale» e formalmente è così: ma dalle parole enunciate ai fatti concreti la strada resta sempre infintamente lunga e, dunque, quasi sempre priva della meta.

[Panorama della media e bassa Valle Imagna, con lo sfondo della dorsale dell’Albenza che la separa dalla Val San Martino.]
In ogni caso di seguito analizzo la notizia – lo faccio analiticamente per maggior chiarezza – con qualche dettaglio in più:

  1. Sono stati stanziati 375.000 Euro che è una bella cifra, senza dubbio. Ma è destinata a 41 comuni dell’area indicata: fanno circa 350.000 Euro a comune. Cioè, il costo di due o tre chilometri al massimo di asfalto nuovo o di una rotonda di media grandezza. Insomma, non esattamente una cifra capace di svoltare il destino ai comuni montani coinvolti.
  2. Peraltro si tenga conto che, a fronte dei 14.375.000 Euro stanziati, ad esempio all’Aprica per rinnovare una sola seggiovia si spenderanno 10,5 milioni, e a Madesimo per la nuova funivia verso la Val di Lei la stessa Regione Lombardia ne spenderà quasi 20, molti di più di quelli destinati ai 41 (quarantuno) comuni di cui sopra. Viene difficile pensare a come si possa efficacemente finanziare «lo spopolamento e sostenere sviluppo dell’economia locale, il rafforzamento dei servizi socio-sanitari e assistenziali e il miglioramento complessivo della qualità della vita» a fronte di tali dimensioni economiche effettive dell’intervento.
  3. Uno dei referenti politici (perché ovviamente il tutto viene utilizzato come propaganda politica di parte – ma lo farebbe qualsiasi schieramento politico, in Italia) dell’iniziativa dichiara che «L’obiettivo è accelerare l’attuazione degli interventi, trasformando le risorse in progetti concreti e risultati tangibili». Quindi di progetti “concreti” non ce ne sono ancora ma solo vaghe indicazioni di intervento nei vari (soliti) ambiti ove i territori montani risultano carenti nei servizi di base e in altre specificità a supporto delle comunità locali? Dunque si tratterebbe del consueto modus operandi istituzionale del finanziamento ad mentula canis, per il quale vengono formalmente messe a disposizione un tot di risorse che tuttavia non si sa se andranno a buon fine, cioè se serviranno veramente a finanziare interventi concreti a favore dei territori beneficiari.
  4. Ma attenzione: «Per sostenere e orientare questo insieme di interventi si punta alla costruzione di una governance territoriale integrata e multilivello, fondata sulla collaborazione con gli stakeholder locali, per superare la frammentazione e assicurare coerenza, efficacia e impatto alle politiche attuate.» Al netto del linguaggio utilizzato, molto di propaganda e poco di sostanza, in verità questa operazione si deve fare prima, non dopo. Ovvero: si studia scientificamente e tecnicamente il territorio, le sue specificità, i suoi bisogni; si elabora con gli enti pubblici un piano di sviluppo territoriale organico; si crea la rete di «stakeholder» e si mettono in atto gli strumenti di interlocuzione permanente con le comunità locali; si tirano le somme e si determina l’ammontare delle risorse necessarie; gli enti locali superiori stanziano le risorse necessarie, che in questo modo vanno direttamente e subitamente a sostenere gli interventi elaborati nel progetto di sviluppo territoriale sotto il controllo della rete di portatori d’interesse e comunità locali già costituita. Ecco, fate caso a quanti di questi passaggi fondamentali mancano nell’intervento di Regione Lombardia, e poi provate a pensare perché siano assenti.
  5. «Vogliamo rendere questi territori più attrattivi, moderni e capaci di offrire opportunità concrete a cittadini, imprese e giovani.» Ai territori montani servono sicuramente queste cose, che tuttavia si devono innestare su una dinamica di rigenerazione del senso di comunità, elemento fondamentale per vivere in montagna sentendosi parte consapevole del suo paesaggio: perché la montagna non ha bisogno di semplici residenti o di lavoratori periodici e stagionali, di chi ci compra una casa perché l’aria è salubre e il panorama e è bello e poi vive e produce altrove. Ha bisogno innanzi tutto di fare comunità, ha bisogno di abitanti consapevoli, ha bisogno di elaborare il senso di comunità, ha bisogno di socialità attiva a vantaggio non solo della comunità stessa ma anche, e soprattutto, del territorio, per il quale ogni abitante autentico si fa pure custode. Cosa c’è di tutto questo negli interventi della politica come quello lombardo che sto qui analizzando?
  6. La montagna, per dirla in modo più concreto, ha bisogno di interventi di ben altra consistenza, sia economica e finanziaria che politica, amministrativa, culturale, sociale, civica. I comuni montani non hanno bisogno di stanziamenti di propaganda privi di visione e senza un’autentica contestualizzazione territoriale, perché viceversa le risorse (pubbliche, non dimentichiamolo) stanziate, pur importanti, rischiano fortemente di essere sprecate, generando oltre al danno la beffa per i territori coinvolti. Le montagne rappresentano fondamentali laboratori di innovazione abitativa e sociale, tanto più ora che la crisi climatica rende i propri effetti sempre più tangibili: sono un ambito complesso alle cui domande non si possono più dare risposte troppo semplici e superficiali, che a qualcuno fanno credere che si stia facendo qualcosa per il loro futuro quando invece finiscono per celarne e accelerarne la decadenza.

[Altre due vedute panoramiche della Val San Martino, sopra, e dell’alta Valle Imagna sotto.]
Infine, forse la migliore risposta al perché la montagna, in Lombardia e altrove, venga funzionalmente (o forse no ma, come si dice, a pensare male si fa peccato ma si indovina) mantenuta in quel limbo di sopravvivenza permanente, che ne rallenta solo in parte la decadenza senza fermarla veramente e di contro non ne sostiene lo sviluppo concreto e realmente proficuo per le sue comunità, la danno ancora i numeri: sebbene in Lombardia la montagna occupi il 41% del territorio regionale, ci vive solo il 12% circa dei cittadini lombardi. Ovvero, un bacino elettorale troppo esiguo per risultare veramente interessante alla politica e, dunque, per dedicarci ben più attenzioni concrete di quanto succede ora (ribadisco: a pensar male… eccetera). A meno che non ci sia da finanziare qualche mega impianto funiviario o di innevamento artificiale di una società per azioni che gestisce il comprensorio turistico locale ma avendo la sede legale ben lontana dai monti coinvolti e, chissà come mai, in casi del genere di soldi pubblici se ne trovano sempre e molti di più che per altri interventi e differenti territori. D’altro canto «senza lo sci la montagna muore», dicono. Già.

Una sensazione vivida. Molto vivida! (Un post acido, molto acido!)

Ma, chiedo, l’avete anche voi o ce l’ho solo io la sensazione vivida che il destino politico-amministrativo delle nostre montagne a volte (ho scritto a volte eh!) sia in mano a – uso un’espressione gergale d’uso comune dalle mie parti, non offensiva anzi bonaria ma chiaramente sconcertata – degli «scappati di casa»?

Sì, voglio dire, che sia in mano a gente che è lì, sui monti, in certi casi è dei monti, ma sembra che ci sia finita per caso, senza sapere bene come (a prescindere da elezioni e circostanze affini), senza capire perché e cosa ci sia da fare di buono lassù. Gente che, pare, non sappia nemmeno bene cosa siano le montagne – salvo che (forse) per la forma più o meno piramidale che hanno – e come ci si possa e debba vivere al meglio oppure, se lo sa, decide di dimenticarsene per ragione funzionalmente varie e variamente intuibili.

Sia chiaro: tale sensazione è ben riscontrabile anche altrove, e lungi da me l’idea di sminuire la difficoltà e l’impegno necessari ad amministrare le montagne, che di frequente ritrovo riconoscendone la buona volontà di fondo, ma di sicuro il particolare contesto montano, con la sua complessità, le specificità e le criticità che presenta, la rende più vivida che altrove, ecco.

Forse però mi sto sbagliando, è soltanto una sensazione errata elaborata in malafede o per una mia eccessiva prevenzione, se pur esperienziale. Per questo chiedo: la percepite anche voi oppure no? Chissà!

N.B.: il caso a cui fa riferimento l’articolo in testa al post (caso il cui principio, badate bene, in realtà non c’entra con le Olimpiadi) è solo uno dei più recenti tra i tanti e nemmeno dei peggiori, se pur assolutamente eloquente.

Ci stiamo “mangiando” le Alpi (e ogni anno siamo un po’ più “ingordi”!)

[Immagine tratta da www.cipra.org.]
Come saprete, ovvero ne avrete sentito dire, ogni anno il Global Footprint Network – un’organizzazione di ricerca internazionale fondata nel 2003 che promuove la sostenibilità misurando l’impronta ecologica – calcola l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui l’umanità ha consumato le risorse che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di un anno, iniziando a vivere “a debito” ecologico per il resto dei mesi.

Ogni anno questa data cade sempre più in anticipo nel calendario. Quella ufficiale per il 2026 non è ancora stata annunciata dal Global Footprint Network, che tradizionalmente la comunica il 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Nel 2025 l’Earth Overshoot Day a livello mondiale è stato il 24 luglio, nel 2024 era caduto il 1° agosto.

Detto questo, abbiamo un grosso problema, noi e le Alpi: già in primavera i paesi alpini esauriscono le risorse disponibili per l’anno e gli Overshoot Day nazionali cadono molto prima di quello globale. L’Austria ha esaurito le proprie risorse già il 2 aprile, la Francia il 24 aprile, l’Italia lo ha fatto domenica scorsa 3 maggio, la Germania il 10 maggio, la Svizzera e il Liechtenstein l’11 maggio. Come noterete, considerando la data media alpina ricavata da quella dei singoli paesi che è il 28 aprile, le risorse annuali degli stati delle Alpi vengono esaurite quasi tre mesi prima rispetto alla data globale. Ciò in linea teorica significa che, se l’anticipazione della data dell’Overshoot Day alpino continuasse con il ritmo globale degli ultimi anni, ovvero circa una settimana all’anno, tra circa trent’anni le Alpi già il 1° gennaio non avranno nuove risorse a disposizione e vivranno unicamente a debito ecologico e a consumo. Una sorta di autocannibalismo costante, in pratica.

Forse è il caso di fermarci un attimo e, almeno, di provare a riflettere su questo stato delle cose.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Come rimarca la Cipra, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, anno dopo anno aumenta la fame di risorse, dagli alimenti di origine vegetale e dalle fibre come il cotone fino ai prodotti di origine animale, al legno o alle superfici destinate alle infrastrutture e agli insediamenti. Inoltre, c’è bisogno di sempre più superficie forestale che assorba la CO2 emessa prevalentemente dai combustibili fossili. I calcoli mostrano che sono soprattutto i paesi industrializzati a vivere al di sopra delle proprie possibilità: se tutti consumassero tante risorse quanto quelle del piccolo paese alpino che è l’Austria, sarebbero necessari quattro pianeti Terra.

Sì, è decisamente il caso di rifletterci sopra per bene. Anche perché se da un lato abbiamo – avremmo – tutta la tecnologia necessaria per invertire il processo di consumo costante del pianeta e ci sarebbe solo da applicarla (chissà poi con quali enormi vantaggi in termini economici e industriali – certo, non per l’industria dei combustibili fossili e delle altre materie ecologicamente insostenibili e inquinanti), dall’altro lato di pianeti da consumare ne abbiamo solo uno, la Terra. E visto che le missioni di colonizzazione interplanetaria sono e resteranno ancora fantascienza per molto tempo, dobbiamo improcrastinabilmente riflettere su ciò che stiamo cagionando al pianeta e nello specifico, vista la situazione sopra rimarcata, alle nostre Alpi, cioè a noi stessi. E non mi pare che il tanto vanaglorioso Sapiens si reputi tale anche perché pratica l’autocannibalismo… Ma è ciò che sta facendo – che stiamo facendo, in buona sostanza, sulle Alpi anche più che altrove.

Storie dal Reno, il fiume europeo che che c’era già prima che ci fosse l’Europa, ne “Il fiume infinito” di Mathijs Deen

Il continente europeo possiede diverse anime, a volte naturali, congenite, oggettive, altre volte artificiose e forzate, legate alle vicende delle genti che lo hanno abitato nel corso del tempo. Ma se può esistere un’anima che in qualche modo lo rappresenti meglio di altre, e che condensi in sé molto di ciò che l’Europa è, tanto dal punto di vista geografico quanto politico, potrebbe essere un’anima liquida (anche nel senso Baumaniano del termine, a ben vedere) e sarebbe il fiume Reno.

Non c’è in effetti un altro elemento della realtà europea che più di altri attraversi e definisca l’anima continentale, compendiando dentro la propria corrente e rapprendendo sulle sue rive la storia del continente da quando ancora l’Europa non esisteva e la sua morfologia si confondeva con quella del continente africano, fino alla contemporaneità e ai giorni nostri. Perché «Il Reno c’è sempre stato», lo mette in chiaro da subito Mathijs Deen nel suo “Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno” (Iperborea, 2025, pagine 416, traduzione di Chiara Nardo; orig. De grenzelose rivier. Verhalen iut het rijk van de Rijn, 2021): la storia del Reno è cominciata molto prima di quella dell’Europa propriamente detta, ha avuto inizio dalle prime piogge che, dopo la fase di formazione primigenia della Terra (quella tutta vulcani eruttanti e lava a gogò), hanno cominciato a scendere dal cielo, scorrere sulla superficie, iniziare a inciderla, a scavare un solco nel quale l’acqua piovana ha preso a convogliare cambiando spesso direzione sul copro ancora informe e mutevole del pianeta, fino a trovare quella definitiva.

Già, perché non è noto a tutti che il Reno impiegò qualche milione di anni prima di decidere il proprio corso che lo ha reso il fiume più importante e “identitario” dell’Europa occidentale: prima le sue acque confluivano nel bacino del Rodano, poi in quelle del Danubio, infine l’orogenesi alpina le costrinse a defluire verso settentrione indicando loro la direzione definitiva da seguire – unico fiume alpino, per giunta, a scorrere verso nord []

[Mathijs Deen. Foto di Peter Arno Broer tratta da www.parool.nl.]
(Potete leggere la recensione completa di Il fiume infinito cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il punto sulla questione della “Tangenzialina dell’Alute” di Bormio, tra caciara politica, ambiguità regionale e volontà popolare

La vicenda della “Tangenziale dell’Alute”, la contestatissima strada che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nell’omonima piana, vero e proprio paesaggio identitario (forse l’ultimo in tal senso) del territorio bormino che ne uscirebbe distrutto per il solo beneficio di sciatori e immobiliaristi, è diventata un caso politico. Dopo anni di indifferenza pressoché totale, i partiti si sono accorti della vicenda e, immediatamente, l’hanno strumentalizzata gettandola in caciara (già becera, peraltro): d’altronde è ciò che alla politica italiana viene meglio, lo sappiamo ormai bene tutti. E sul caso ora si stanno innestando le lotte di potere tra schieramenti opposti e nella stessa parte alla quale apparterebbe l’amministrazione comunale di Bormio in carica: non so se questo porterà beneficio alla causa a difesa della piana dell’Alute che da anni porta avanti il Comitato civico “Bormini per l’Alute” con il quale ho avuto l’onore di collaborare, perorando la tutela della piana, oppure se la caciara politico-ideologica farà diventare la Tangenzialina uno strumento di propaganda di chi insiste a volerla imporre e realizzare.

A tal riguardo, lo scorso 30 aprile nella sede della Regione Lombardia si è tenuta un’audizione della Commissione Infrastrutture dedicata alla Tangenzialina «richiesta – come riporta il quotidiano “SondrioToday” – da Fratelli d’Italia per ascoltare le posizioni del territorio. Presenti rappresentanti istituzionali e associazioni, tra cui il Comitato a tutela dell’Alute con l’avvocato Stefano Clementi, mentre è stata rilevata l’assenza del sindaco di Bormio Silvia Cavazzi.» Posto che a tal punto bisogna attendere il pronunciamento del TAR previsto per il prossimo 22 maggio in forza del ricorso presentato lo scorso novembre dalla sezione sondriese di Italia Nostra e dal Comitato in difesa dell’Alute, dall’audizione del 30 aprile è emersa – sempre stando a quanto riferito da “SondrioToday” – dai “referenti di Regione Lombardia” una cosa sbagliatissima e pure un po’ offensiva:

In attesa della pronuncia del Tar fissata per il 22 maggio, durante l’audizione i referenti di Regione Lombardia hanno chiarito un punto decisivo: ogni scelta sulla realizzazione della strada nella piana dell’Alute spetta esclusivamente all’amministrazione comunale di Bormio, che potrà decidere se procedere oppure rinunciare all’intervento.

No! La decisione sulla Tangenzialina dell’Alute spetta alla comunità di Bormio, e in base alla volontà popolare l’Amministrazione comunale stabilirà il da farsi, non viceversa! Tanto più che la Giunta in carica ha dimostrato più volte un atteggiamento fazioso e molto poco democratico nonché rispettoso riguardo la propria comunità, a partire dall’assoluta mancanza di ascolto e interlocuzione con gli abitanti del territorio bormino – atteggiamento ben confermato dall’assenza del Sindaco di Bormio all’audizione del 30 aprile. La decisione sull’Alute spetta alla comunità, punto. Ogni altra disposizione in tal senso rappresenta un atto di ingiustizia amministrativa e politica, di prevaricazione nei confronti dei bormini e del loro territorio, di prepotenza a danno del loro futuro.

Mi auguro vivamente che ciò non accada e che “i referenti di Regione Lombardia” si rendano realmente conto dell’importanza e del valore identitario culturale della piana dell’Alute per il paesaggio di Bormio e si dimostrino consapevoli che l’unica decisione giusta, peraltro già rimarcata dalla gran parte della comunità locale seppur mai ascoltata dalla Giunta comunale, sia quella di tutelare la zona ora e nel futuro. Punto.