Calolziocorte (Lecco), 1° ottobre: una “camminata narrativa” alla scoperta della meravigliosa e poco conosciuta Val San Martino

La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costiera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa…

Così scriveva nella seconda metà dell’Ottocento Gabriele Rosa per descrivere il territorio della Val San Martino, tra Lecco e il suo ramo del Lago di Como, il corso dell’Adda, la Brianza e Bergamo: una “valle” che in realtà non è un valle ovvero lo è ma solo un po’ in senso geografico ma non in senso amministrativo e comunque sempre in modo apparentemente indefinito… Un luogo per molti versi speciale, insomma, la cui geografia “sfuggente” determina un paesaggio tra i più peculiari e affascinanti delle Prealpi Lombarde, attraverso il quale sono transitate tante storie, genti d’ogni sorta, vicende umane, culture, saperi che vi hanno determinato un’anima e un Genius Loci altrettanto peculiari.

D’altro canto quello della Val San Martino è un paesaggio che si vede, apprezza e comprende al meglio dall’alto, dai sentieri che corrono sulle dorsali montuose che sovrastano la valle a occidente, a loro volta sempre spettacolari per come mantengano i viandanti continuamente sospesi tra versanti diversi e orizzonti vastissimi, e sorprendenti per le tante bellezze naturalistiche e per i numerosi segni antropici che possono rivelare quasi a ogni passo: panorami meravigliosi, boschi maestosi, nuclei rurali affascinanti, luoghi spesso sconosciuti o quasi eppure ricchi di sorprese intriganti.

Un paesaggio di rara bellezza e di grande valore culturale lungo il quale vi guiderò giovedì 1° ottobre a Calolziocorte, alle ore 20.45 presso la Villa De Ponti, in una camminata narrativa dal titolo “Com’è bella la mia valle! Sui sentieri della Valle San Martino tra antiche contrade e paesaggi”. Con racconti, narrazioni, curiosità, aneddoti e una messe di stupende immagini fotografiche, vi porterò alla scoperta di questo incantevole angolo prealpino lombardo, meno conosciuto di quanto meriti, forse troppo poco considerato da chi lo attraversa eppure, come detto, per tanti motivi affascinante e sorprendente.

Se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: sono certo che – non tanto per merito mio ma per la grande bellezza della Val San Martino che spero di sapervi raccontare al meglio – ne rimarrete sicuramente soddisfatti.

Se la montagna fa spazio ai turisti e scaccia gli abitanti, quale futuro potrà mai aspettarsi?

[Veduta della Val Saviore. Immagine tratta da www.orobie.it.]
Qualche giorno fa l’amica Veronica, che dalla città di Milano si è trasferita per vivere in affitto e lavorare con il compagno Tobia, entrambi liberi professionisti, in un piccolo paese di montagna della Val Saviore – laterale della Val Camonica che sale verso i ghiacciai dell’Adamello – è stato tolto l’immobile perché il proprietario ha deciso di venderlo a chi lo chiedeva come seconda casa.

È una situazione molto comune in tantissime località di montagna con velleità turistiche più o meno spiccate e agognate, ovvero il frutto di una scelta legittima del proprietario che del suo immobile può fare ciò che vuole. Ma un privato cittadino può fare ciò che vuole anche della comunità di cui fa parte e della quale magari si dichiara un membro orgoglioso e attivo?

[L’appello di Veronica per trovare una nuova casa in cui abitare.]
Ovunque (o quasi) in giro per le nostre montagne, se si dà un occhio alle statistiche che rendono conto delle variazioni recenti dei posti letto alberghieri e di quelli extra – seconde case, bed & breakfast, AirBnB, eccetera – si può constatare come l’offerta alloggiativa del settore alberghiero sia sostanzialmente costante, se non in calo, mentre l’extralberghiero negli ultimi anni ha subito un aumento fortissimo, così ingente da apparire chiaramente incontrollato. È una questione ormai risaputa e variamente problematica nelle città ma che si sta palesando anche sulle montagne, con criticità anche maggiori che nei centri urbani più grandi in forza dei cronici fenomeni di spopolamento e di conseguente perdita dei servizi di base a supporto della popolazione restante, ai quali si pensa di far fronte con l’aumento dell’offerta turistica. Lo pensa la politica, come sappiamo bene, e spesso lo pensano anche le comunità, che alla prima vanno dietro nella speranza di salire sul treno giusto.

Invece è un treno – un pensiero che appare per tanti versi sbagliato, soprattutto perché risulta sempre il frutto di una scelta personale che deriva dal sentimento di una comunità la quale, consciamente o meno, decide di non essere più tale e svendersi a un mercato che, invero, rischia di soffocarla definitivamente e con essa le montagne sulle quali vive. Come ha scritto sul suo blog Veronica, che dopo oltre un anno di residenza ormai il luogo ha imparato a conoscerlo, «Questa non è una scelta personale dei proprietari dell’immobile, ma una scelta politica di un’intera comunità.» Già, perché tali dinamiche sono sì frutto di scelte personali ma, in contesti peculiari come quelli dei piccoli centri montani, rappresentano quasi sempre la manifestazione dell’anima della comunità. Una comunità evidentemente non più capace di sentirsi tale e per ciò portata a scegliere di offrire una casa del proprio paese a chi la occuperà per pochi giorni all’anno – per mere ragioni di guadagno economico, evidentemente – invece che affidarla a due giovani che ci abitano stabilmente e, con buone probabilità, ci vorranno vivere a lungo, è una comunità chiaramente malata. È in preda a confusione, egoismo, disturbo di identità, alienazione oppure a scoraggiamento, prostrazione, disperazione, depressione, che la portano a commettere azioni di “autolesionismo” che finiscono per aggravare quelle dinamiche socioeconomiche prima accennate e delle quali quasi di sicuro si lamenta ma sterilmente, in un cortocircuito di pensiero e volontà parecchio sconcertante.

[Veduta del centro di Cevo, con le vette del Gruppo dell’Adamello sullo sfondo.]
Come dice bene Michil Costa, «Una camera di hotel occupata dai clienti è un successo, una casa sottratta alla disponibilità della comunità è una sconfitta.» Ma in queste circostanze, da un lato la comunità è facilmente vittima di se stessa e del proprio smarrimento, dall’altro è vittima della mancanza di governance locale da parte della politica, a sua volta incapace di concepire una cultura amministrativa realmente benefica per il proprio territorio e per chi lo abita mettendo in atto le migliori scelte possibili, anche quando siano “coraggiose” e magari impopolari ma mirate a uno sviluppo del luogo esteso nel tempo. Così, di frequente, tutto il “successo” di una località turistica (o che vuole essere tale) viene affidato ai numeri del momento, alla presenza di turisti, ai posti letto che crescono e vengono occupati – ma soltanto per pochi giorni all’anno: i cosiddetti “letti freddi” – e, mentre ci si loda e imbroda di questi presunti successi turistici, la comunità locale si sfalda, perde socialità e identità oltre che i servizi di base (che abbisognano di abitanti stanziali per essere mantenuti, non certo di presenze temporanee e imprevedibili), gli abitanti smarriscono la relazione con il luogo e il territorio, infine molti di essi se ne vanno altrove e, per gli stessi motivi, nessuno sceglie di andarci ad abitare.

Diamo un occhio ai dati demografici di Cevo, il comune dal quale Veronica e Tobia dovranno andarsene:

Vedete? La comunità di Cevo perde costantemente abitanti, la popolazione invecchia, i giovani diminuiscono, gli indici di ricambio e di struttura della popolazione attiva, cioè quella che lavora rispetto a quella che non lavora, sono in costante peggioramento. Cevo sta lentamente ma inesorabilmente morendo, ma evidentemente la sua comunità non se ne rende conto e scaccia da sé una giovane coppia di neo-montanari, nuovi abitanti, per fare spazio a villeggianti che, molto facilmente, ci staranno poche notti all’anno e di abitare lassù, tanto meno di diventare parte della comunità locale, non ci penseranno proprio.

Capite il cortocircuito, la malattia comunitaria, l’autolesionismo indotto? E capite la fine certa, con questo andazzo, che farà il paese e la sua comunità?

So che qualcuno di voi osserverà che la situazione è così un po’ su tutte le montagne italiane e i dati demografici sono negativi quasi ovunque. È vero: ma, proprio per questo, perché una comunità non riesce più a rendersi conto di poter invertire queste dinamiche quando ne ha l’occasione e anzi agisce per aggravarle ancora di più?

Assenza di governance amministrativa e di progetti strutturati di sviluppo territoriale organico e autentico, carenza di rappresentanza e rappresentatività politiche, perdita di identità culturale e di relazione con il contesto di vita, assoggettamento forzato a modelli socioeconomici inadatti ai luoghi e alle loro specificità, assenza delle istituzioni di livello superiore. Lo rimarco sempre: la montagna è un ambito complesso con problematiche altrettanto complesse alle quali non si può rispondere con soluzioni troppo semplici e semplicistiche, come invece si continua troppo spesso a fare – e il turismo di frequente è una di queste. E dove la montagna non è capace di salvaguardare la propria comunità, ovvero ciò che conferisce ai territori l’identità culturale e l’anima sociale che li rendono peculiari e vivi, e quando ciò accade per mancanze altrui o peggio per colpe proprie, il futuro non potrà che essere inesorabilmente fosco.

P.S.: ovviamente – inutile dirlo – chiunque possa dare una mano a Veronica e Tobia per trovare una nuova casa, li contatti senza indugio ai riferimenti che vedete nell’appello lì sopra!

Torre de’ Busi, sabato 26 settembre: la sensazionale funivia di Valcava e l’affascinante storia di un territorio montano «appeso a un filo»

«Restare appesi a un filo» è un’espressione comune che indica una situazione delicata, di estrema precarietà e incertezza, con poche e fragili speranze di salvezza. Tuttavia, in certe altre occasioni, restare appesi a un filo ha invece comportato grandi possibilità, speranze, “salvezze”: quando a restare appeso è stato un intero territorio montano e il filo era in realtà la fune di una funivia, sulle cui cabine hanno viaggiato migliaia di escursionisti, villeggianti, turisti, sciatori e con loro il futuro della comunità che abitava quel territorio. Che era, ed è, il versante occidentale dell’Albenza, sui monti tra il lecchese e le valli bergamasche, fino a quasi cinquant’anni fa risalito dalla funivia che univa Torre de’ Busi a Valcava, la terza in assoluto in Italia e prima in Lombardia: un gioiello ingegneristico per l’epoca, detentrice di vari primati tecnici mondiali, che permise a Valcava di diventare una delle prime stazioni sciistiche lombarde, a solo un’ora dal centro di Milano, e regalò al territorio di Torre de’ Busi uno sviluppo – e una notorietà turistica – che pochi altri comuni prealpini si potevano permettere.

La storia della funivia di Valcava è estremamente affascinante e coinvolgente così come lo è quella delle montagne che godettero il va-e-vieni delle sue cabine e dei gitanti trasportati per mezzo secolo, sviluppando un’economia turistica tutt’oggi di sorprendente modernità e ancora emblematica per il turismo di montagna contemporaneo. Dopo alcune precedenti serate di grande successo, torneremo a raccontarvela sabato prossimo 26 settembre alle ore 21.00 proprio a Torre de’ Busi, a pochi metri da quella che era la stazione di partenza della funivia, in “C’era una volta… una storia appesa a un filo”. Trovate le informazioni basilari sulla serata nella locandina lì sopra.

Sarà un racconto fatto di immagini spesso rare, storie e aneddoti suggestivi, curiosità, memorie ma anche visioni nel futuro prossimo di un territorio di grande bellezza paesaggistica e di altrettanto valore culturale per il quale il ricordo della funivia di Valcava non è una fonte di mera nostalgia ma, viceversa, uno stimolo coinvolgente alla salvaguardia e alla vitalità tanto del luogo e della sua comunità quanto del piacere di chiunque da turista o gitante goda della sua bellezza montana.

Dunque, se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: vi divertirete e potrete (ri)scoprire una storia veramente speciale, come il filo alla quale era – e per certi versi è ancora – appesa!

Un breviario di coesistenza consapevole per vivere il mondo in armonia: “Relazioni naturali” di Anna Sustersic

[Acquerello di Nicola Magrin, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]

Il beneficio del bosco, della montagna e della natura risiede nella vasta gamma di reazioni a cui ci addestrano, nei molti modi diversi in cui, attraverso i loro stimoli, ci permettono di diventare uomini. Questa grave amnesia, dicono i ricercatori, ci ammala progressivamente e ci rende sempre più dipendenti da tutto ciò che di fatto ci allontana dal mondo e dalle sue leggi di realtà, mantenendoci bambini bisognosi. [Pag.37]

«Coesistenza»: dal latino tardo coëxsistĕre, cioè “esistere insieme con altri” in una relazione reciproca contestuale allo spazio vissuto congiuntamente. È questa, con tutta probabilità, la condizione ideale con la quale vivere il mondo tutti insieme – e intendo tutti noi esseri viventi, di qualsiasi specie facciamo parte.

Più della convivenza o della coabitazione, la coesistenza è ciò che alimenta e genera la relazione necessaria che dà la vita al mondo e grazie alla quale ogni essere esiste in presenza di e per l’interazione con tutti gli altri. Il che per giunta rappresenta un’ottima descrizione di “Natura” e fa di quelle citate “relazioni naturali” che la rendono pienamente e compiutamente vitale.

Lo racconta molto bene Anna Sustersic in un libro bellissimo che si intitola proprio così, “Relazioni naturali. Piccolo breviario di coesistenza” (CAI Edizioni, 2025, pag.112), la cui lettura, oltre che affascinare, invita alla riflessione sul nostro stare al mondo e sulla relazione che vi intratteniamo, che negli ultimi due secoli noi Sapiens abbiamo così sbilanciato e distorto con conseguenze gravi non solo per l’ambiente naturale ma pure per la cultura umanistica – e umana in senso assoluto, cioè di noi animali per molti versi più “sviluppati” di altri ma non per questo più equilibrati e assennati, appunto.

Ma, come detto, una delle modalità atte a costruire il miglior futuro possibile per il mondo in cui viviamo sta nel recupero della comprensione del valore imprescindibile della coesistenza, dell’essere/stare al mondo tutti insieme e nessuno da solo proprio perché ognuno parte integrante e ineludibile dell’ambiente naturale. Noi siamo Natura al pari di ogni altra creatura vivente, anche di quelle con le quali nel tempo abbiamo sviluppato una contrapposizione poco o tanto marcata: che se da una parte è inevitabile e pure necessaria (quando su di essa si basa la sicurezza ecosistemica reciproca) dall’altra abbisogna di consapevolezza profonda, compiutamente articolata, pienamente culturale cioè parte del bagaglio di nozioni e saperi che ci aiutano – e aiutano ogni essere vivente, nel proprio ambito – a stare al mondo.

È la consapevolezza che noi Sapiens, proprio in quanto tali, dovremmo manifestare di default: be’, Sustersic ci aiuta a salvaguardare ovvero rigenerare questa nostra fondamentale dote con un “breviario” coinvolgente, quasi panteista, che contiene moltissime riflessioni importanti, spesso illuminanti, da leggere e meditare come merita e magari proprio camminando tra boschi, prati, monti, in quello stato di benessere che la Natura come nessun altra cosa ci sa donare e ciò grazie alla relazione che nei suoi ambienti, nei suoi spazi di coesistenza assoluta, intessiamo ogni altro elemento – vivente e non – che li compone. Relazioni assolutamente naturali, appunto, per una coesistenza finalmente (ri)equilibrata e compiuta che ci rende naturalmente umani.

L’ho già scritto e lo ribadisco di nuovo: “Relazioni naturali” è un gran bel libro da leggere e poi praticare in ambiente, ogni qualvolta torneremo – sapremo tornare – a essere Natura, ciò che siamo da sempre e saremo per sempre.