Il nuovo ponte sospeso della Valvarrone svilupperà il territorio apportandovi benefici o lo degraderà generando disagi ai suoi abitanti?

[Veduta da oriente del territorio della Valvarrone; a destra si vede il centro di Premana.]
Forse già saprete (altrimenti lo state per sapere) che in Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco, si sta realizzando un nuovo ponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato, sarà «il più alto d’Europa», a scopi prettamente turistici. È un’opera che in passato ho esaminato e criticato varie volte in base a numerose motivazioni che potete leggere in questi articoli, sovente ripresi anche dalla stampa locale.

Di recente (il giorno 8 settembre, per la precisione) su “LarioNews”, uno degli organi di informazione locale, è stata pubblicata un’intervista al Sindaco del comune di Valvarrone Luca Buzzella il quale, rispondendo alle domande poste dal giornale, ha fornito le sue considerazioni a sostegno del nuovo ponte. Dal momento che nell’articolo sono stato citato come “critico” dell’opera [1], e siccome resto fermo in questa mia opinione nel rispetto assoluto della posizione del primo cittadino valvarronese – in quanto tale e come cittadino residente in loco -, ripropongo di seguito l’intervista al sindaco aggiungendo in calce a ogni sua risposta le mie ulteriori considerazioni. Non tanto per controbattere alle sue ma per mantenere ben alimentato, equilibrato nonché, mi auguro, costruttivo il dibattito sul tema specifico (anche dopo l’apertura del ponte) e riguardo opere del genere: per questo ringrazio il sindaco Buzzella per aver offerto a “LarioNews” le proprie articolate opinioni e così rimesso in evidenza il “caso” del ponte sospeso della Valvarrone, particolarmente emblematico in forza delle notevoli specificità (e criticità) del territorio che lo sta per ospitare e per altri casi simili che si riscontrano sulle montagne italiane.

Sindaco, il Ponte dei Minatori sta prendendo forma ma ha anche suscitato critiche. C’è chi lo considera un’opera fuori contesto, potenzialmente capace di generare disagi e di compromettere il paesaggio. Come risponde?

«Comprendo che un’opera così visibile e particolare possa suscitare opinioni diverse, ma occorre collocarla nel suo contesto reale. Il Ponte dei Minatori è un’opera completamente a carico di una società privata, ma si inserisce in un progetto molto più ampio: la valorizzazione culturale e turistica di una parte dismessa delle miniere di feldspato di Lentree e dell’omonimo borgo, ormai pressoché “fantasma”. Non parliamo quindi di un’attrazione isolata, pensata unicamente per richiamare visitatori. L’obiettivo è recuperare la memoria storica delle miniere e di una comunità che per oltre un secolo ha rappresentato una parte importante dell’identità di Tremenico e dell’intera Valvarrone. Il ponte costituisce un elemento di accesso e collegamento, ma il cuore dell’iniziativa resta il percorso culturale, storico e paesaggistico legato alle miniere, al borgo di Lentree e all’antica mulattiera sul Varrone.»

Proprio «collocandolo nel suo contesto reale», cioè nel paesaggio (nel senso più ampio e articolato del termine) della Valvarrone, il ponte appare fuori luogo, anche nella bontà dell’idea di valorizzare culturalmente la zona mineraria di Lentrèe che vuole essere, negli intenti, il cuore dell’iniziativa: ma è un cuore la cui “pulsazione” è stata portata altrove, sul ponte-attrazione – inevitabilmente lo è visto che da subito è stato presentato enfaticamente come «il più alto d’Europa» – che in quanto tale attirerà un pubblico il cui interesse fondamentale sarà proprio centrato sul ponte, come accade con ogni altra infrastruttura simile che d’altro canto nasce per questo, non per altri fini. È il classico elefante nella cristalleria e non si può certo pensare di poter valorizzare la “cristalleria” della Valvarrone piazzandoci in mezzo cotanto ingombrante pachiderma sospeso. Posso capire che l’idea sia quella di usare il ponte come elemento attrattivo di un pubblico il più ampio possibile cercando poi di deviarlo verso le specificità culturali del luogo: ma, nonostante il finanziamento privato dell’opera, il gioco vale la candela? I rischi che l’opera impone al luogo e alla sua comunità non sono eccessivi? È stato elaborato un piano articolato di sviluppo costante della proposta culturale, ben supportato da competenze adeguate, che contempli la presenza del ponte ma non ne sia totalmente dipendente? Essendo poi tali opere delle attrazioni “a scadenza” – nel senso che attirano visitatori fino alla prossima che verrà realizzata altrove ancora più alta, più lunga, più ardita e spettacolare, eccetera – su quali garanzie di durata nel tempo si può elaborare il progetto di valorizzazione culturale e, soprattutto, confidare nel buon esito di esso nel lungo periodo?

[Due immagini recenti dei lavori di costruzione del ponte, tratte dalla stampa locale.]

Le contestazioni riguardano anche il modello turistico: il timore è che prevalga un turismo “da foto”, veloce e poco rispettoso dei luoghi. Come intendete evitare questo rischio?

“Il nostro obiettivo non è inseguire il turismo mordi e fuggi, né basare il futuro della Valvarrone su una sola opera. Vogliamo sviluppare il sistema turistico e culturale della valle in modo sostenibile e graduale, rafforzando la rete dei punti di interesse inseriti nell’Ecomuseo della Valvarrone. Naturalmente non è possibile prevedere con precisione quali saranno i flussi, soprattutto nei primi mesi di apertura. Proprio per questo l’impegno dell’amministrazione sarà quello di monitorare la situazione, affrontare le criticità che dovessero emergere e cercare soluzioni concrete. L’intenzione è trasformare l’interesse per il ponte in un’opportunità per, non in una semplice tappa da consumare velocemente”.

Le osservazioni del sindaco sono giuste e in parte condivisibili, tuttavia mi viene difficile comprendere come, a fronte di un’opera come il ponte, non si voglia inseguire il «turismo mordi e fuggi» sul quale vivono attrazioni del genere – sono fatte per questo, d’altro canto, formalmente non è una loro colpa. E il «conoscere la valle, la sua storia, le sue frazioni e le sue attività» richiede un modello di frequentazione turistica responsabile e consapevole che non solo appare in antitesi a quello che il ponte propone ma vi risulta anche in chiaro contrasto. Chi frequenta i luoghi per conoscerne la cultura peculiare, come dimostrano le statistiche del comparto turistico, generalmente evita quelli che offrano attrazioni tipiche del turismo massificato, a meno che sappiano offrire la possibilità di frequentarli in maniera approfondita, articolata e compiuta a prescindere dalle opere meramente turistiche, le quali infrastrutturano i luoghi ma inevitabilmente ne banalizzano il paesaggio e depauperano l’anima peculiare che li rende unici. Di sicuro un ennesimo ponte sospeso simile a tanti altri già esistenti fa di un luogo per molti versi unico, dunque naturalmente attrattivo come la Valvarrone, una «meta turistica» simile alle tante altre con un’ennesima attrazione che la identificherà, con buona pace delle miniere e della loro storia.

Quali altri interventi sono previsti accanto al ponte e con quali risorse saranno realizzati?

“Il progetto comprende la valorizzazione delle miniere e del borgo di Lentree, la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte, sul versante di Tremenico. Questi interventi sono in capo alla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera e al Comune di Valvarrone. Le opere sono finanziate da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo attraverso il progetto “Emblematico Maggiore”, una misura le cui risorse vengono assegnate alla Provincia di Lecco ogni quattro anni per iniziative considerate di particolare valore e importanza territoriale. Purtroppo proprio la parte relativa alle opere pubbliche ha accumulato ritardi, soprattutto per ragioni burocratiche e per alcune vicende societarie che hanno costretto la parte pubblica a ripercorrere quasi da zero il procedimento per l’assegnazione delle risorse. Non è stato semplice, ma lo sforzo del Comune e della Comunità Montana, con il supporto di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia, ha consentito di non perdere i finanziamenti ottenuti”.

La risposta del sindaco in verità denota un progetto piuttosto scarno e scarso di interventi realmente importanti, al netto di quelli sulle miniere (sui quali peraltro sarebbe bello saperne di più, visto che la stampa ad oggi non ha fornito molti dettagli al riguardo). E chiunque conosca la zona sa bene – e tanti mi hanno sempre detto, ogni qualvolta si parlasse della questione – che «la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte» rappresentano azioni pleonastiche rispetto alla problematicissima viabilità d’accesso alla valle sia dal lago che dalla Valsassina, fatta di strade che, al netto dell’asfalto, sono sostanzialmente rimaste quelle di un secolo fa. Oltre ad essere interventi, quelli citati dal Sindaco, che pur nell’ipotesi apprezzabile di migliorare l’accessibilità nella zona del ponte, corrono invece il rischio di peggiorarla grandemente, peggiorando di conseguenza la vivibilità dei residenti, in assenza di un rigido controllo degli accessi che d’altro canto apparirebbe contraddittorio alla natura turistica del ponte e di quanto ad esso concernente. Un progetto per molti versi vacillante già in partenza, dunque. In quanto ai ritardi, be’…  anche la Valvarrone è in Italia, purtroppo.

[Veduta della zona mineraria di Lentrèe.]

Quando potranno essere completati il percorso culturale e la valorizzazione dell’area mineraria? Il ponte aprirà prima del resto del progetto?

“Quando il percorso è iniziato, il mio auspicio era che tutto potesse essere inaugurato nello stesso momento: ponte, miniere, borgo di Lentree e itinerario di visita. I ritardi hanno però modificato questa prospettiva. La società che sta realizzando il ponte ha comunicato che i lavori dovrebbero terminare entro la fine di settembre e che l’apertura al pubblico potrebbe avvenire in ottobre. Il ponte è in fase avanzata di costruzione e, naturalmente, ha ottenuto le autorizzazioni necessarie dagli enti competenti al termine di un lungo iter burocratico. Le opere pubbliche procederanno con tempi differenti. Per il Comune, però, il recupero delle miniere dismesse resta fondamentale: è un patrimonio che non può essere perso, perché racconta ciò che quelle attività hanno significato per Tremenico e per la sua comunità. Anche l’antica mulattiera che scende al fiume Varrone e risale verso Lentree sarà ulteriormente valorizzata come itinerario complementare”.

Questo trovo che sia un punto estremamente critico. In pratica, un’opera già altamente autoreferenziale e di matrice puramente ludico-ricreativa come il ponte sospeso attirerà visitatori prima che tutta la parte culturale del progetta sarà terminata e fruibile, dunque estraendo da questa l’interesse potenziale con il rischio che, passata la novità del ponte, il progetto di recupero delle miniere e del borgo di Lentrèe non possa più contare sulla sua spinta turistica. E con il possibile paradosso generato dal fatto che il calo d’interesse verso il ponte finirebbe per giovare alla fruizione della (bellissima) mulattiera recuperata, con il primo che manifesterebbe tutta la sua decontestuale ridondanza sul paesaggio della valle e sulla sua frequentazione consapevole. Una situazione che d’altro canto denota la stortura di fondo spesso (se non sempre) presente in questi interventi, poco organici e articolati anche perché composti da azioni che non si possono equilibrare reciprocamente e non risultano di reale, proficuo supporto le une alle altre. L’elefante nella cristalleria di cui ho già scritto poco fa, insomma, il quale o si è in grado di tenerlo perfettamente immobile (ma non avrebbe senso, nel caso) oppure qualche danno inevitabilmente lo combinerà.

Un’altra preoccupazione riguarda la viabilità: la Sp 67 presenta punti critici e l’arrivo di visitatori potrebbe aumentare le difficoltà. Che cosa state facendo su parcheggi, accessi e trasporto pubblico?

“È un tema centrale. Il Comune sta progettando l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole. Nell’attesa di queste opere, abbiamo incaricato un professionista di elaborare una soluzione temporanea per parcheggi e viabilità. Sappiamo bene che la Sp 67 presenta criticità in più tratti. La Provincia di Lecco sta già realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada, mentre altri interventi sono in programma. Abbiamo inoltre chiesto all’Agenzia del trasporto pubblico di ripristinare alcune corse nei giorni festivi. Sarebbe un beneficio non soltanto per i visitatori, ma anche per residenti e ospiti delle strutture ricettive. L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini”.

Eccolo qui l’altro punto dolentissimo, forse più di ogni altro. Come già accennato, le strade che percorrono la Valvarrone sono tra le più strette, tortuose e obsolete di Lombardia nonché a rischio di dissesto idrogeologico: la cristalleria nella quale è stato piazzato l’elefante ha pure un’entrata stretta, scomoda e precaria, per restare nella metafora citata. Posta tale situazione, «progettare l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole» (a cosa? Al ponte? E vita quotidiana degli abitanti?) è pleonastico, ribadisco, così come sapere che la Provincia di Lecco «sta realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada» (di alcune porzioni?) e che «altri interventi sono in programma» (quali? Quando?) non garantisce alcun miglioramento reale e concreto alla situazione in essere. «L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini» sarebbe da elaborare e mettere in atto prima di realizzare opere del genere: il rischio di scaricare sulle spalle dei cittadini le ricadute negative sulla qualità della loro vita non è ammissibile. Come a dire: facciamo il ponte, godiamoci il suo successo e poi si vedrà che accade. Credo che questo rappresenti una mancanza notevole da parte di una pubblica amministrazione: prima si analizza la problematica, prima si elaborano i rimedi e le soluzioni efficaci, prima si scarica la comunità locale dei rischi sulla qualità di vita, e poi ci si progetta e adatta ogni altra cosa. Questo significa «collocare l’opera nel suo contesto reale», e quanto affermato qui dal sindaco mi fa temere ancor più di prima che a tali parole non siano al momento seguiti fatti concreti ovvero che di quel contesto non si sia pienamente rilevato il senso. Coltivando nel frattempo l’utopia che, visto quanto sopra, tutto il flusso turistico o quasi sia gestito e movimentato dal trasporto pubblico e da navette. Ma la definisco una “utopia” non a caso, purtroppo.

Che ruolo ha avuto la comunità di Tremenico? E quali ricadute concrete vi aspettate per le frazioni più interne della Valvarrone?

“La comunità di Tremenico è stata coinvolta fin dall’inizio, sia negli incontri pubblici sia nella ricerca storica, materiale e immateriale, necessaria per costruire il percorso di visita. Oggi possiamo contare su un gruppo attivo di circa venti volontari, che continua a lavorare sui contenuti culturali dell’iniziativa. In questi mesi, mentre il ponte prendeva forma, ho incontrato persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentree. È un segnale importante. La Valvarrone, soprattutto nelle località più lontane dal lago, sembrava destinata a un lento spopolamento. Negli ultimi anni, anche grazie al richiamo del Lago di Como e alla crescita dei prezzi immobiliari sulla sponda lariana, il trend demografico è cambiato. Le scuole dell’infanzia e primaria hanno registrato una crescita e una maggiore stabilità degli alunni; il mercato immobiliare mostra segnali di ripresa anche nelle località di fondovalle, con interesse da parte di cittadini europei ma anche di famiglie che scelgono di trasferirsi qui. Questa, per noi, è la notizia più significativa: riportare vita, servizi e opportunità nelle nostre frazioni. Il ponte non è la soluzione a tutto, ma può contribuire a riaccendere attenzione su un territorio che merita di essere conosciuto e valorizzato”.

A tali osservazioni – di nuovo spesso apprezzabili e condivisibili – del sindaco replico con la risposta più concreta che ci sia, quella scaturente dai dati demografici del comune di Valvarrone, che traggo dal portale “TuttItalia.it” e propongo di seguito:

Purtroppo, i dati non sembrano confermare il cambio del trend demografico locale segnalato dal sindaco, e anche al rimbalzo della popolazione tra il 2023 e il 2024 è seguito la ripresa del calo di abitanti: 506 al 31 maggio 2026 (ultimo dato rilevato), 6 in meno rispetto a fine 2024 e ben 86 in meno rispetto a solo dieci anni fa. Inoltre l’indice di vecchiaia, che rappresenta il grado di invecchiamento della popolazione dato dal rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni e quello dei giovani fino ai 14 anni, è drammatico: in Valvarrone ci sono 409,8 anziani ogni 100 giovani, e d’altro canto la popolazione in età scolare dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado (0-14 anni: asilo, elementari e medie, insomma) è diminuita in soli dieci anni di ben 34 unità e presenta un trend di calo costante. Altri indici della struttura demografica invece non sono così pessimi – sono anche migliori di quelli di molte rinomate e iper-turistificate località alpine lombarde! – il che segnala che, al netto delle criticità appena rilevate, sul territorio valvarronese si può lavorare al fine di salvaguardarne le specificità socio-economiche e di rimando demografiche: ma, ribadisco, occorre un progetto articolato, organico, strutturato, di lungo termine in grado di mettere in rete ogni soggetto economico locale e ogni elemento capace di costruire e alimentare la comunità con la comunità stessa e le proprie esigenze. Detto ciò, è cosa buona che vi siano «persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentrèe»: ma su quali basi concrete tali attività economiche si potrebbero reggere? Grazie a quali (indispensabili) sostegni da parte dell’amministrazione pubblica (non solo del comune, intendo)? E con quali scopi coerenti e durevoli si può contemplare la rivitalizzazione del borgo? Purtroppo nessuna attività economica come quelle citate si può reggere sul turismo intermittente e la Valvarrone non potrà mai ospitare flussi turistici ingenti e costanti (anzi, mi auguro che nemmeno li auspichi!); d’altro canto bar e negozi di vicinato chiudono anche in località che di turismo vivono per la gran parte dell’anno – basti pensare alle già citate località montane lombarde. E spesso ciò accade proprio quando il turismo diventa un elemento troppo ingombrante da sostenere e assimilare nella realtà locale e dalla comunità che lo abita.

[Due vedute del nucleo di Lentrèe, qui sopra una estiva risalente agli anni Settanta del Novecento e, sotto, una invernale più recente, dalla quale si denota il rimboschimento della zona che ha avvolto le case del nucleo. Immagini tratte da https://mappedicomunita.liberisogni.org/luogo/lentree/ .]

In definitiva, quale messaggio vuole lasciare ai cittadini, anche a chi guarda al progetto con perplessità?

“Il confronto è legittimo e le critiche, quando sono espresse con attenzione al bene della comunità, vanno ascoltate. L’amministrazione ha riconosciuto la pubblica utilità del ponte attraverso una convenzione nella quale sono stati fissati principi e paletti chiari, a tutela dei soggetti coinvolti e del territorio. Dovremo dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi. Ma credo che recuperare le miniere, la memoria dei minatori, il borgo di Lentree e gli antichi percorsi della valle rappresenti un investimento sul futuro della nostra comunità. Un ponte, del resto, non è soltanto una struttura ingegneristica: può essere anche il simbolo di un collegamento, della volontà di unire e di superare diffidenze e indifferenza”.

Ormai il ponte è quasi terminato e a breve diventerà una presenza costante del paesaggio e della quotidianità della Valvarrone. Di nuovo l’impressione che si ricava dalla vicenda è che, una volta deciso che il ponte – per dirla manzonianamente – “s’haveva da fare”, nessuno spazio di interlocuzione reale al riguardo sia stato ammesso. E d’altronde mi chiedo come mai l’articolato studio sulla Valvarrone, sulle sue specificità, sulle criticità presenti e sulle potenzialità coltivabili effettuato dal DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano nel 2023 (ne scrissi qui) non sia mai stato preso in seria considerazione: un territorio particolare come quello valvarronese avrebbe bisogno proprio di un progetto del genere, speciale e specifico, non certo – a mio parere – di un copia-incolla calato nella realtà territoriale senza un effettivo ed elaborato senso del contesto.

Ora, l’augurio è che per il paesaggio valvarronese e per chi vi abita il ponte non diventi una presenza troppo ingombrante, invasiva, destabilizzante, alienante, dunque una fonte di disagio e di degrado del benessere residenziale della comunità locale – come è successo in altri luoghi sottoposti a interventi simili. Parimenti auguro che l’intento dichiarato dal sindaco di  «dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi» non resti lettera morta ma che realmente la volontà di portare benefici concreti e di lungo termine agli abitanti della Valvarrone venga realizzata, a prescindere dal ponte – perché sarebbe veramente un dramma se la Valvarrone diventasse “ostaggio” del ponte, sia nel bene che, ovviamente, nel male. Personalmente, data la mia esperienza costruita in circostanze simili un po’ ovunque sule montagne italiane, resto scettico ma ovviamente spero di sbagliarmi e comunque non smetterò – e auspico che nessuno tra chi s’interessa in vario modo di montagne smetta – di osservare, analizzare, studiare e, quando sia il caso, salvaguardare la Valvarrone, territorio di grande fascino e altrettanti pregi che lo merita assolutamente.

[1] Ovviamente non sono il solo a esprimere dubbi e critiche sul nuovo ponte della Valvarrone. Alcune altre voci contrarie le ho citate (e linkate) nei miei articoli scorsi, mentre tra i più recenti – è del 13 agosto 2026 – ce n’è uno molto chiaro e eloquente su “GognaBlog”, il blog di Alessandro Gogna, che trovate qui: https://gognablog.sherpa-gate.com/il-ponte-dei-minatori/

 

Vivere le montagne in modo sostenibile: quando l’innovazione è una tradizione ben aggiornata

Nel commentare i buoni risultati (evviva!) del trasporto pubblico locale in alta Valtellina, e nello specifico il collegamento in autobus tra Bormio e il Passo dello Stelvio, una delle strade non solo più alte d’Europa (arriva a 2758 metri di quota) ma tra le più trafficate e dunque ambientalmente impattanti delle Alpi, l’Assessore ai Trasporti e Mobilità sostenibile di Regione Lombardia ha detto che

L’introduzione di soluzioni innovative e sostenibili di mobilità trasformano radicalmente il modo in cui le persone si spostano all’interno dei territori, limitando le distanze tra centri nevralgici e periferici.

Giustissimo. Ma anche no.

Nelle scorse settimane, in varie occasioni pubbliche, ho raccontato la storia della Funivia di Valcava, prima in Lombardia e terza in Italia, inaugurata nel 1928 e ai tempi considerata un gioiello ingegneristico assoluto in forza dei suoi numerosi primati tecnici, che permise di fare della piccola località sull’Albenza una delle prime stazioni sciistiche e di villeggiatura della regione – anche perché la più vicina a Milano (si veda la galleria fotografica d’epoca sottostante).

Bene, guardate questa bella locandina del 1939 che pubblicizzava la funivia e le attrattive turistiche della località:

E guardate cosa proponeva qui:

Che cos’è la «mobilità sostenibile» e il «trasporto pubblico integrato» che oggi viene considerata una «soluzione innovativa e sostenibile di mobilità» proprio come – in salsa propagandistica, ovviamente e inesorabilmente – fa l’Assessore ai Trasporti di Regione Lombardia, se non i «Servizi cumulativi» proposti dalla locandina, solo pensati e efficacemente attuati già quasi un secolo fa?

Certo ai tempi l’auto privata non era diffusa come oggi e molti, per uscire dalle città, non potevano che affidarsi ai mezzi pubblici; oggi cerchiamo di fare altrettanto perché, viceversa, l’auto privata è diventata troppo diffusa, invasiva e insostenibile. In mezzo c’è quasi un secolo nel quale abbiamo perso tempo, percezione della realtà, visione del futuro, attenzione all’ambiente, buon senso. Al punto che, pure al netto della propaganda politica o di altre strumentalizzazioni possibili, finiamo per considerare «innovative» cose che “nuove” non lo sono affatto, in un cortocircuito culturale evidente e piuttosto divertente anche se inevitabile, tanto nel bene quanto nel male.

Conoscerete quel noto aforisma attribuito a Oscar Wilde il quale recita che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: in montagna viene di contro da ritenere che l’innovazione, spesso, è una tradizione ben tutelata e rinnovata, ovvero resa contestuale ai tempi e alle circostanze della realtà. I territori montani sono luoghi dall’anima forte anche grazie alle tradizioni – e alle culture, ai saperi, alle nozioni, alle esperienze – secolari che le formano e alimentano: ben lungi da qualsiasi deleterio passatismo (che invece spesso emerge nei discorsi su tali temi), questa fondamentale anima dei luoghi deve camminare nel tempo evolvendosi con il mondo e le comunità che vi si identificano culturalmente, restando forte della propria storia e per ciò sapendosi sviluppare al meglio verso il futuro senza decontestualizzarsi dai propri ambiti, dal luogo del quale rappresenta la vitalità, dai paesaggi, dagli ambienti e dalle loro specificità.

In tal senso, per un luogo peculiare come lo Stelvio, celebre e frequentato passo stradale di rinomanza turistica ma, comunque prima di ogni altra cosa e invariabilmente, territorio naturale d’alta quota, se fu “innovazione” la strada aperta nel 1825 su progetto di quel gran genio che fu l’ingegner Carlo Donegani sì da diventare nei decenni “tradizione” (in quanto opera storica e emblematica della viabilità alpina), non fu “innovazione” lasciare la strada – e il territorio circostante – in balìa del traffico automobilistico privato più incontrollato e dunque non si può considerare “innovativa” una soluzione di mobilità che non fa altro che replicare ciò che si faceva alle origini, quando dal 1831 la strada dello Stelvio veniva percorsa dalle diligenze che assicuravano il servizio di trasporto pubblico da Milano al Tirolo e permettevano, partendo dal capoluogo lombardo, di arrivare a Bormio in 64 ore e Landeck, oggi in Austria, in 125 ore. Oggi non ci sono più le diligenze trainate da quattro sei cavalli e sulla strada dello Stelvio circolano confortevoli bus con molti più cavalli (nel motore): il principio è lo stesso, l’idea quella di due secoli fa, l’innovazione non c’è o è solo formale, non sostanziale.

[Traffico al Passo dello Stelvio. Foto di ©Seehauserfoto tratta da https://salto.bz.]
D’altro canto, per la montagna di oggi, fare innovazione tutelando e rinnovando le tradizioni che sono parte fondamentale del bagaglio culturale montano è, a mio parere, una delle pratiche più importanti e potenzialmente efficaci per preservare e rivitalizzare le terre alte e le comunità che vi abitano (e vogliono continuare a farlo). È anche un modo tra i migliori per frenare, e possibilmente cancellare, quei progetti, quelle opere e in generale la visione più alienata e consumistica che spesso viene imposta alle montagne proprio dalla politica e dai suoi sodali senza alcuna attenzione ai luoghi e alla loro anima, attraverso lo sviluppo turistico eccessivo, invasivo e vorace ma non solo con quello. Ribadisco: ciò senza contemplare qualsivoglia tossico passatismo tanto quanto amministrando nel tempo ed evolvendo i luoghi nelle loro specificità ovvero camminando e dialogando insieme al loro Genius Loci. O girando per le montagne a bordo di un mezzo pubblico, appunto!

 

L’imprescindibile Antonio Cederna

Il 27 agosto scorso sono passati trent’anni esatti dalla scomparsa di Antonio Cederna, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento nonché un fondamentale attivista della tutela ambientale quando ancora non esisteva il termine “ambientalismo” nell’accezione oggi diffusa.

Per varie ragioni arrivo solo ora a proporre un omaggio a Cederna nell’occasione della ricorrenza trentennale, ma ritengo doveroso farlo perché il grande intellettuale di origine valtellinese (all’omonimo nonno Antonio, grande appassionato di montagne, è intitolato un celebre bivacco posto a 2585 metri di quota in alta Val Forame, tra le vette retiche che sovrastano la media Valtellina e Sondrio [1]) è tutt’oggi un punto di riferimento imprescindibile e indispensabile per chiunque abbia a cuore la salvaguardia dei territori e dei paesaggi naturali, i cui pensieri al riguardo vanno letti, riletti e tenuti ben a mente perché rappresentano dei princìpi di assoluto valore culturale – nel senso più ampio e necessario del termine.

Siccome non ho certamente la pretesa di potermi mettere sullo stesso piano di una figura così importante e illuminante pensando per ciò di disquisirne compiutamente, e sapendo sul web è possibile trovare moltissima documentazione sulla sua vita e sulle opere (vi do una mano anch’io al riguardo, in calce a questo articolo), il mio omaggio lo voglio articolare su una selezione personale degli stessi pensieri di Cederna, sulle parole proferite nel tempo con le quali ha cercato di far capire alla società civile italiana la necessità assoluta di tutelare il territorio nazionale e i suoi paesaggi, tanto quelli ancora incontaminati quanto gli altri nei quali l’uomo lungo i secoli ha saputo trovare un’armonia e una relazione che li ha umanizzati (come avrebbe detto qualche anno dopo Eugenio Turri) in maniera virtuosa, ben diversamente di ciò che è accaduto altrove quando la tutela ambientale non solo è stata trascurata ma addirittura calpestata, ritenuta un ostacolo, un impedimento, un fastidio. Con le conseguenze che oggi possiamo constatare un po’ ovunque nel nostro paese, e sulle montagna in modi particolarmente evidenti e sconcertanti.

Parole e pensieri, i suoi, che a volte  – ad esempio quando fu «indignato speciale» per il “Corriere della Sera”, presero la forma di spigolature sarcastiche e taglienti: definì l’Italia sempre così carente di cura e sensibilità verso il suo territorio

Paese a termine;

Espressione topografica delle manovre della speculazione e della rapina privata;

Crosta repellente di cemento e asfalto;

Città a macchia d’olio,

con quest’ultima intuendo il fenomeno oggi definito dello sprawl urbano, cioè l’espansione rapida e disordinata di una città verso le aree periferiche e rurali, caratterizzata da una bassa densità abitativa e da una scarsa pianificazione.

Parimenti parlava già mezzo secolo fa dell’Italia come del

Paese delle eterne emergenze, delle calamità ‘naturali’ solo per ipocrita convenzione

e, in tema di esondazioni e dissesti idrogeologici, male cronico del territorio italiano, parlò di

Alluvioni programmate: l’Italia annega nell’imprevidenza.

Definì la già allora cementificatissima riviera romagnola

Crosta adriatica,

assimilò il Colosseo, per come veniva considerato, a un mero

Spartitraffico

e, in generale, i beni culturali italiani alle vacche sacre dell’India,

Intangibili, ma indesiderati.

Non le mandava certo a dire, insomma. Fin dagli anni Cinquanta Cederna, articolista per “Il Mondo”, denunciava

Le arretratezze culturali della classe politica e di quella accademica e la loro acquiescenza nei confronti degli interessi privati più retrivi e aggressivi

e

I guasti di un capitalismo distorto che si pone al riparo dal rischio d’impresa rifugiandosi nella passività della rendita immobiliare e fondiaria o nella corruzione», invocando «la difesa della pianificazione pubblica e per la salvaguardia della natura e del territorio nel suo complesso perché bene non reintegrabile.

Notate come tali considerazioni siano assolutamente valide anche oggi, a settant’anni di distanza, se non anche più di allora viste certe cose che accadono – anzi, che continuano a accadere e in modo crescente – soprattutto – anzi, regolarmente – per responsabilità politica.

Nel 1961 su “Casabella” scrisse che

La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti.

Nel 1967 sul “Corriere della Sera” rimarcò che

La guerra alla natura in Italia continua. I disastri che affliggono periodicamente il nostro Paese, ultimi quelli del novembre scorso, non ci hanno ancora aperto gli occhi sui pericoli che questa guerra comporta,

mentre nel 1975 nel libro “La distruzione della natura in Italia”, contestò

La visione della natura come paesaggio inteso quale sommatoria di panorami e quindi prevalentemente interpretato nelle valenze estetiche.

Be’, mi pare che siamo rimasti come allora: cittadini con ben poca dignità e per di più miopi, se non proprio ciechi, sui disastri che devastano il territorio italiano, ma intanto ci facciamo i selfie con i “posti mozzafiato” e da «effetto wow!», già.

Infine (potrei andare avanti a lungo, ma non voglio diventare tedioso ovvero fonte – indiretta – di ulteriore sconcerto), le sue parole che più ho a mente, dedicate nello stesso libro appena citato alle montagne – avendo negli occhi e in mente quelle della sua Valtellina, mi viene da immaginare – e incredibilmente premonitrici riguardo la loro tutt’oggi irrefrenabile turistificazione, la devastazione, il consumo, lo svilimento dell’anima dei luoghi e delle loro comunità, che proprio nei territori olimpici di Milano-Cortina 2026, dunque anche in quelli valtellinesi – hanno conseguito nuovi apici di insensatezza in forza di tanti degli aspetti che ritrovate nelle parole di protesta e biasimo vecchie di decenni di Cederna citate fino a qui, ma, come detto, assolutamente attuali:

Osservo con sgomento l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore […] in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici.

Parole che ho già riproposto tante volte qui sul blog e continuerò a farlo, come “mi” indica lo stesso Cederna che nel 1980 osservò:

Scrivo da sempre lo stesso identico articolo, finché le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose.

Ecco, resterò «imperterrito» quanto più possibile, e mi auguro lo vorrete, potrete e saprete essere anche voi che avete letto fin qui, di fronte a certi disastri cagionati alle nostre montagne e ogni altro territorio e paesaggio italiano. Grazie, Antonio Cederna, per questi imprescindibili insegnamenti: personalmente li terrò sempre nella mente e nell’animo.

N.B.: questa è la sitografia utilizzata per la stesura dell’articolo, nella quale potete trovare molte altre cose sull’opera e il pensiero di Cederna:

P.S.: anche per questa ricorrenza trentennale dalla morte, come per il centenario dalla nascita nel 2021, dalle istituzioni e dalla politica non è giunta alcuna commemorazione. Un silenzio da permanenti scheletri nell’armadio, mi viene da pensare.

[1] Dal 1980 il bivacco è stato denominato Capanna Cederna-Maffina, unendo al nome di Antonio Cederna quello dei fratelli Fedele e Attilio Maffina, due giovani alpinisti valtellinesi scomparsi tragicamente nel giugno del 1978.

Cosa vuol dire essere “ambientalista”? (Ospite speciale: Fabio Balocco)

Occupandomi di montagne e paesaggi mi occupo anche (nel mio piccolo e per quel poco che posso fare) di tutela dell’ambiente montano, ma non riesco a dirmi un «ambientalista». Nel senso che non penso di fare così tanto per meritarmi questo titolo e perché cosa sia, possa, debba essere un “ambientalista” me lo domando spesso senza trovare risposte così soddisfacenti. Credo che esserlo in senso veramente compiuto sia estremamente difficile, un percorso di costante impegno civico e politico (al netto di qualsiasi parte), di rigore morale, di estrema coerenza, una missione quasi “ascetica” non tanto perché debba contemplare la rinuncia agli agi contemporanei o alla tecnologia (anzi, questa oggi in molti casi aiuta tantissimo a ridurre la propria impronta ambientale) quanto nel carattere altamente ideale che l’essere ambientalista deve manifestare. Poi, ovviamente, chiunque può sentirsi tale nel modo che preferisce e ritiene può consono al proprio spirito, quotidianità e visione del mondo, non è certo una questione di graduatorie di merito: l’importante, dal mio punto di vista, è fare del bene al mondo in cui viviamo sapendo che significa fare del bene a se stessi.

Detto ciò, se dovessi pensare a una persona da poter definire in maniera compiuta e esemplare “ambientalista”, rapidamente il primo pensiero e la conseguente citazione sarebbe per Fabio Balocco, scrittore in campo ambientale e sociale, opinionista su “Il Fatto Quotidiano”, appassionato frequentatore di montagne. Ancor più dopo aver letto il suo più recente libro “Bianco, benestante, ambientalista”, un’opera il cui tema del quale ho scritto nelle prime righe viene dipanato, approfondito e meditato sulla base della notevole e emblematica esperienza personale dell’autore.

Una sorta di (passatemi la definizione) autobiografia estroversa in chiave ambientalista (Balocco invece indica il neologismo «biosaggio»), per quanto nelle narrazioni personali di Balocco molti si possano facilmente ritrovare, per consonanze di vita e di pensiero, o per come da esse si possano sviluppare innumerevoli considerazioni sul tema principale e sugli altrettanto innumerevoli sottotemi possibili.

Al fine di presentare al meglio un libro così particolare, nel quale veramente la barriera tra autore e lettore tende a rompersi di frequente se non a svanire, ne ho chiesto direttamente conto a Balocco. Ecco ciò che è scaturito dalla chiacchierata.

Ti faccio subito “la” domanda: cos’è oggi un “ambientalista”? Cosa di dovrebbe intendere con questo termine, e cosa invece ritieni che la cosiddetta “opinione pubblica” intenda?

Ambientalista è sicuramente chi si attiva in concreto per difendere l’ambiente, ed io l’ho fatto per circa trent’anni. Ma di ambientalisti ne esistono due ben distinte categorie: quelli di pancia e quelli di testa. Ossia: difendo l’ambiente perché mi sento di farne parte. Oppure: difendo l’ambiente perché l’ambiente serve a me uomo per vivere. La prima è una visione olistica, La seconda antropocentrica. Io mi sento di appartenere alla prima. Quanto all’opinione pubblica credo non faccia differenza fra le due categorie e in buona parte associ, come molti uomini politici, l’ambientalista al salotto: quello che disquisisce senza conoscere.

Bianco, benestante, ambientalista” è un titolo tanto obiettivo quanto provocatorio; inizialmente, scrivi a pagina 10, il titolo doveva essere “Gli animali, le piante e qualche uomo”, di tono e senso apparente piuttosto diversi. Come mai lo hai cambiato?

L’ho cambiato perché ritenevo necessario sottolineare nel titolo il dramma in cui sono immerso (e che ritengo comune a molti che difendono l’ambiente): da buon borghese, vivendo in questa società, e posto che in tanti anni di battaglie non ne ho mai, dico mai, vinto una, alla resa dei conti non fa una grande differenza tra essere ambientalista e non esserlo. Quanto ho contribuito a migliorare il mondo? Zero.

[Foto di Chris LeBoutillier su Unsplash.]
Un’altra cosa che metti in chiaro fin dalle prime pagine ci accomuna, visto che da sempre la pratico anche io: scrivere “Natura” con la N maiuscola. Se si può discutere a lungo su cosa sia un ambientalista, ci ritroviamo palesemente a non aver capito bene, noi “Sapiens”, cosa sia la Natura, visto ciò che le cagioniamo. Come può essere?

Credo che solo l’uomo cacciatore e raccoglitore sia stato e sia (non dimentichiamoci che esiste ancora) in armonia con la Natura. Da quando è diventato stanziale, le cose sono cambiate parecchio e ancor di più con l’avvento della rivoluzione (o involuzione?) industriale: è iniziato il dominio e lo sfruttamento intensivo dell’ambiente naturale. Spesso perciò mi ritrovo ad affermare che siamo uno scherzo della Natura.

Nel corso della tua vita da attivista, di azioni e di pensieri, come hai visto cambiare la considerazione diffusa verso l’ambiente naturale e la sua tutela? E parimenti come trovi si sia sviluppato l’ambientalismo, dalla sua nascita (in fondo recente) a oggi?

Tocchi un punto molto dolente. A livello sociale e politico, per lo meno in Italia, la difesa dell’ambiente ha avuto un proprio apice negli anni Ottanta/Novanta. Era un periodo di relativo benessere (o presunto tale) e il tema ambientale era particolarmente sentito. Il legislatore ad esempio promulgò la legge quadro sulle aree protette. Anche le associazioni ambientaliste erano relativamente floride e facevano sentire la loro voce. Poi è iniziato il loro declino, complice un modo di operare obsoleto ma soprattutto a causa della disattenzione della gente (erano e sono altri i temi importanti secondo l’uomo della strada) e la conseguente “crisi delle vocazioni”. Oggi le associazioni vivono in un tunnel di cui non si vede l’uscita.

A pagina 32 apri il capitolo con una bella citazione di Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.» Paradossalmente, molto del senso che diamo al termine e all’idea di “bellezza” scaturisce dal paesaggio naturale e lo stesso concetto di paesaggio nasce dalla considerazione culturale della Natura, eppure ci impegniamo a fondo nel distruggere continuamente ciò che definiamo “bello” alla massima potenza. Che ne pensi?

Il concetto di bello è diverso da persona a persona. Io credo fermamente che l’isola di Manhattan fosse bella senza grattacieli, ma la stragrande maggioranza delle persone ritiene invece che sia magnifica così. Legambiente, ad esempio ha edito una guida turistica nei “parchi eolici” (notare anche la distorsione del termine “parco”). A me piace di più un crinale appenninico senza pale. Evidentemente a loro no, o è indifferente. Del resto, a questo proposito, non ti sarà sfuggita la nuova formulazione dell’art.9 della Costituzione. Introducendo il concetto di ambiente (che peraltro esisteva già nelle pronunce della Corte Costituzionale) e di interesse per le future generazioni, a tutta evidenza si sono volute promuovere le energie “verdi” a scapito del paesaggio. E quindi, a mio modo di vedere, della bellezza.

[Ambientalismo ante litteram su un numero della rivista del Touring Club Italiano del 1913. Fonte: https://it.wikipedia.org.]
Tornando all’essere (e al fare gli) ambientalisti oggi, un’altra cosa che metti subito in chiaro nel libro, fin dal risvolto della copertina, è l’antitesi, da bianchi e benestanti – occidentali, aggiungo per ulteriore chiarezza – quali (salvo rare eccezioni) siamo, tra l’avere cura per l’ambiente naturale e l’impronta del nostro stare in quell’ambiente e al mondo, inevitabilmente pesante. Si può cercare di riequilibrare questa evidente contraddizione di fatto, e se sì come?

Come detto, io vivo come drammatica la mia vita, meglio, il mio tenore di vita, che consuma l’ambiente, visto che ad esempio guido un’automobile e ho una dieta alimentare varia. Esattamente come chi ambientalista non è. Come giustamente afferma il filosofo statunitense Timothy Morton, noi viviamo immersi dentro degli iperoggetti, e non vediamo neppure esattamente i danni che, sia pure involontariamente, causiamo all’ambiente naturale. E ai nostri simili, certo.

Tu sei savonese di origine ma vivi da tempo in Val di Susa, dunque a stretto contatto con la questione TAV e tutto quanto l’ha determinata nel tempo fino a oggi – vi dedichi molte pagine nel libro. Posto che chiaramente la TAV è anche legata ai temi alla tutela ambientale del territorio coinvolto, quanto la tua esperienza da residente valsusino è entrata anche nelle riflessioni ambientaliste e le ha determinate, definite, magari cambiate?

Ho vissuto parecchi anni in Valle, ora vivo a Torino, ma continuo a seguire le problematiche connesse con la TAV. La TAV mi ha purtroppo fatto crescere nella conoscenza della nostra classe politica, di “sinistra” come di destra, tutta tesa a concepire e giustificare l’opera inutile per eccellenza, pur di favorire il solito partito delle costruzioni, quello che detta legge nel campo delle grandi opere come nell’urbanistica nel nostro paese. Nessuna proiezione di traffico giustificava l’opera un tempo né la giustifica oggi, ma tant’è si continua a bucare e a sconvolgere il territorio. La mia simpatia è tutta per i cosiddetti “antagonisti”, tra i quali io mi metto a pieno titolo. Del resto, come avvocato No TAV ero presente quando lo Stato con le sue forze di polizia fece irruzione nel sito della Maddalena a Chiomonte, con manganelli e lacrimogeni.

Invece, trovi che i temi della tutela ambientale e quella dei diritti sociali siano non solo in qualche modo legate – come peraltro è evidente su scala globale – ma forse persino dipendenti l’una dall’altra, magari anche nelle nostre realtà locali?

Ogni lotta per un ambiente integro, ogni lotta per i beni comuni – acqua, aria, suolo – è una lotta di vera civiltà e di non asservimento al potere economico. Questo è anche il vero progresso, che poi è l’esatto contrario dello sviluppo, oggi definito dal sistema “sostenibile”: un chiaro ossimoro. Ti dirò di più, occorre sfatare il mito negativo della sindrome di Nimby: è sacrosanto che una comunità locale lotti con tutte le sue forze per tutelare il proprio territorio.

[Una recente azione di Mountain Wilderness Italia contro le vie ferrate in montagna.]
A pagina 89, cercando di spiegarti la crisi ambientale, scrivi che «Forse la spiegazione più consona e che l’uomo ha dei limiti, come qualsiasi altra specie animale o vegetale. E non dovrebbe superare questi limiti. Se li supera commette hybrys, come dice la tragedia greca, e all’hybris segue inevitabilmente la punizione degli dei, che è in realtà la punizione della Natura stessa, che si trasforma da vittima in carnefice». Al tempo dei greci la credenza negli dei rappresentava un efficace metodo di rispetto dei limiti nelle cose umane; oggi invece il progresso tecnologico e, per certi versi, l’evoluzione “culturale” fa credere a noi stessi di essere degli dei, onnipotenti e intoccabili, e qualsiasi senso del limite (o quasi) se ne va a farsi benedire. Pensi – al netto del tuo pessimismo – che si possa uscire da una tale situazione oppure no?

Non sono pessimista, sono realista. Il che è peggio, nel senso che il pessimista comunque in fondo nutre un minimo di speranza. Io invece, proprio perché analizzo la realtà che ci circonda e vedo le cause del disastro, non ho speranze per il futuro. Infatti dico sempre che la speranza è degli sciocchi. Comunque, sì, è vero l’uomo odierno anche a causa della tecnologia e della mancanza assoluta di un qualsivoglia anelito religioso, crede di potersi permettere ogni cosa/nefandezza, anche di massacrare i propri simili, come i genocidi del recente passato e quelli che stiamo vivendo oggi dimostrano. Quando invece un’ipotetica salvezza risiederebbe in un sentimento panico, olistico. E non antropocentrico.

Per chiudere ti sottopongo una provocazione. Nell’epilogo al libro scrivi di non ritrovarti «nel mondo di oggi», di provare «un senso di straniamento come altri amici della mia epoca». E scrivi che il libro è la testimonianza di un’epoca che «sta portando la nostra specie all’estinzione». Posti i danni che l’umanità ha perpetrato alla Terra e alla Natura e dato che se pure l’uomo si estinguerà la Natura probabilmente gli sopravvivrà nonostante i danni subiti, il vero ambientalista, quello più coerente, che più ama la Terra e la Natura, è forse quello che in fondo ambisce a che l’estinzione del genere umano avvenga sicuramente e magari prima possibile?

Premesso che purtroppo è accertato che l’uomo sta causando la sesta estinzione di massa (“istruttivo” in proposito il saggio di Elizabeth Kolbert), un vero ambientalista, e cioè un ambientalista di pancia, non può che vedere la scomparsa dell’uomo come auspicabile ed ineluttabile, transitando peraltro prima all’interno di una fase di decrescita infelice a causa della depredazione inarrestabile delle risorse. Solo allora si avrà la resurrezione della Natura, che peraltro ha capacità di resilienza già oggi visibili per chi vuol vedere. Perciò prima avverrà la nostra scomparsa e meglio sarà per la Natura. Del resto, tendiamo a dimenticare che prima dell’homo sapiens altre specie umane in passato sono già scomparse ed erano decisamente molto meno invasive di questa.