Super ricchi o meno abbienti, questo è il dilemma (di St. Moritz!)

[[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org, rielaborata da Luca.]
Nel giro di pochi giorni sono uscite due notizie riguardanti St. Moritz – la celeberrima località svizzera che immagino non abbisogni di presentazioni – di tono sostanzialmente opposto: una contrapposizione di contenuti che dimostra bene come sulle Alpi, in quest’epoca di cambiamenti molteplici, a volte positivi, altre volte no, si incrocino e in certi casi si scontrino dinamiche complesse derivanti da realtà spesso opposte che si trovano a manifestarsi nello stesso momento e nello stesso luogo in modi piuttosto paradossali, e che abbisognano di gestioni (politiche, amministrative, sociali, culturali) oculate e sensate, al fine di evitare devianze dannose e potenzialmente degradanti.

Vengo al dunque. La prima notizia è che secondo la pubblicazione “UBS Luxury Property Focus 2026“, St. Moritz si conferma la località più cara delle Alpi e tra le più costose al mondo per l’acquisto di una casa, con un prezzo medio di 52.000 Franchi al metro quadrato, pari a oltre 57.800 Euro. Un “record” che rappresenta l’apice attuale di un incremento costante dei prezzi, che sono aumentati di oltre il 40% rispetto ai livelli pre-pandemia, con un’accelerazione decisa tra il 2021 e il 2022. Negli ultimi dieci anni il costo delle case nella località dell’Engadina è passata da circa 25.000-30.000 Franchi/mq al valore medio attuale di 52.000 Franchi/mq prima citato, ma con punte – in aree particolarmente esclusive come Via Brattas o il versante Suvretta, che arrivano a 75.000-100.000 Franchi/mq per proprietà uniche.

Per la cronaca, nella classifica delle località alpine più costose, a St. Moritz seguono Gstaad e Verbier, anch’esse in Svizzera, con circa 45.000 Franchi (49.100 Euro circa). Negli altri paesi alpini, a Courchevel (Francia) il costo è di 32.000 Euro/mq, a Kitzbuhel in Austria circa 20.000 Euro/mq: un costo simile lo si riscontra a Cortina d’Ampezzo, la località più cara delle Alpi italiane, con costi oscillanti tra i 15 e i 20.000 Euro/mq. Quale termine di paragone, il costo al mq di una casa a Montecarlo/Principato di Monaco è di 57.500 Euro, molto simile a quello di St. Moritz.

[Foto di jjgunn da Pixabay.]
La seconda notizia: il Comune di St. Moritz ha iniziato la costruzione di un edificio nella zona Signal, tra le piste da sci e il lago, che ospiterà 19 appartamenti da affittare alle persone residenti in base al loro reddito, quale primo progetto di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti, molti dei quali lavorano proprio nel settore del turismo di extra lusso che rendere celebre la località svizzera.

Tuttavia, a fronte dell’immagine internazionale, il Comune engadinese ha dovuto riconoscere la mancanza di case per molte persone con un reddito medio-basso – per i parametri svizzeri – come quelle più giovani o che vivono da sole, le quali non possono permettersi affitti alti quanto medi in loco. Paradossalmente, come rimarcano i dati dell’Ufficio federale di statistica svizzero riferiti al 2024, le costruzioni e la ristorazione (cioè chi costruisce le case per i super ricchi a chi lavora a beneficio del loro soggiorno turistico, in pratica) sono in effetti tra i settori con i salari medi mensili più bassi in Svizzera, rispettivamente di circa 6.100 Franchi (6.600 Euro) e 8.500 Franchi (9.200 Euro): tantissimo per gli standard italiani, pochissimo per quelli di chi deve vivere dignitosamente in alta Engadina. L’obiettivo del Comune è quello di realizzare col tempo almeno 200 appartamenti per queste categorie di persone (con costi d’affitto mensili variabili tra i 750 Franchi per un monolocale ai 2.500 per un quadrilocale) e così provare a evitare che St. Moritz si spopoli, mettendo a rischio la presenza delle scuole, del commercio locale, del sistema sanitario e di tutti gli altri servizi di base, e trasformando definitivamente la località nel più lussuoso non luogo del pianeta. Esattamente come succede in qualsiasi piccolo comune montano nostrano: a dimostrazione che la montagna, nell’estrema varietà di situazioni sociali, economiche, ambientali, culturali e politiche che presenta, palesa ovunque rischi, criticità e problematiche simili.

Insomma, è una situazione piuttosto paradossale, lo ribadisco: da un lato St. Moritz si adopera – volente o nolente – per diventare una località sempre più lussuosa e per super ricchi, dall’altro deve impegnarsi a non spopolarsi permettendo di restare in loco alle persone che lavorano a conseguire il primo obiettivo e al servizio dei super ricchi. Il che manifesta in chiave turistico-alpina la realtà globale in divenire al riguardo e il costante aumento della disuguaglianza tra fasce più ricche e fasce più povere della popolazione, Inoltre, nello specifico, dimostra che non è tutto oro quello che luccica e dietro certi apparenti “paradisi”, che tali effettivamente sono per alcuni ma non per tutti, si celano dinamiche e criticità non dissimili da altri luoghi e contesti ben differenti.

[Hotel e ville di lusso a St. Moritz. Foto tratta da www.glamourmagazine.co.uk.]
D’altro canto, come ribadisco spesso, la montagna è un mondo complesso e per molti versi lo è più di tanti altri: pensarla e considerarla come una sorta di mondo a parte, di luogo felice, di contesto heidiano con montagne meravigliose, prati fioriti e «caprette che fanno ciao» ovvero di divertimentificio al servizio di chiunque lo possa raggiungere e, in tali casi, se lo possa permettere e per ciò trasformabile in tal senso trascurando effetti, conseguenze e portato nel tempo, è la cosa più sbagliata e svilente (per la montagna) che si possa fare. Anche nel paradiso scintillante di St. Moritz, già.

Una nuova estate sulle montagne

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Tra poco comincerà un’altra estate, un’altra “bella stagione” turistica sulle montagne e così ricominceranno pure affollamenti e sovraffollamenti, “boom” turistici e overtourism, disagi locali e prese di posizione e polemiche, dibattiti a volte intelligenti e altre volte no.

Ci saranno quelli che esalteranno i record di presenze perché il turismo fa girare l’economia delle montagne e quelli che denunceranno l’invasione dei turisti che degrada la bellezza dei paesaggi montani; intanto sui social rimbalzeranno da una parte i reel e i video degli influencer che consiglieranno a gògò «luoghi top», «tra i primi dieci da visitare quest’estate», «mozzafiato» eccetera, e dall’altra i post dei locali che s’indigneranno per come il loro paese sia diventato invivibile per colpa dei turisti. A ruota e a raffica partiranno gli articoli sui quotidiani coi soliti titoli magnificanti o catastrofisti, i servizi-show ai Tg delle tivù con le interviste a qualcuno che dirà che «wow, qui è tutto magnifico!» e appena dopo a qualcuna che dirà che «no, non si può andare avanti così, è un disastro, una vergogna!» e viceversa, e poi il politico che dirà una cosa, l’operatore turistico che ne dirà un’altra, l’esperto che ne dirà un’altra ancora, l’opinionista che non avrebbe titolo per dire niente e invece dirà cose pure lui.

E così verrà giugno, il primo gran caldo, i record delle temperature e tutti che “fuggono” in montagna”, arriverà luglio e già qualcuno tirerà i bilanci della stagione, poi l’agosto degli esodi e del “tutto esaurito”, quindi verrà settembre, le temperature più fresche, i primi hotel che chiuderanno perché ormai la stagione è finita, poi ottobre, il silenzio irreale lì dove qualche settimana prima c’era il finimondo e sarà già ora di pensare all’inverno che si avvicina. Nel mezzo: milioni di contenuti postati sui social, miliardi di parole proferite in altrettanti articoli, triliardi di opinioni convinzioni certezze banalità falsità fake news… e zero risposte reali, concrete, utili.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer.]
Così, alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quantosarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid.

Scommettiamo?

Sinceramente, mi auguro con tutto il cuore di perdere la scommessa. Ma se la vincessi?

P.S.: intanto, al riguardo, già tempo fa ho scritto questo articolo con il quale qualche buona risposta, nel mio piccolo, ho provato a darla.

La politica del «piuttosto che niente meglio piuttosto» che condanna la montagna lombarda a un eterno vivacchiare

[Panorama dell’alta Val San Martino con sullo sfondo le montagne del Lario Orientale sovrastanti Lecco.]
Leggo sulla stampa che Regione Lombardia ha stanziato 14.375.000 Euro per «fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale delle aree interne tra il Lario orientale, la Valle San Martino e la Valle Imagna» (province di Lecco e Bergamo), un territorio in gran parte di media e bassa montagna.

«Wow! Finalmente una buona notizia per le montagne lombarde» verrebbe da esclamare. E lo è, una buona notizia. Diciamo che lo è come lo sarebbe stata l’annuncio di un bel pranzo a base di carni pregiate per un montanaro che abitualmente si cibava di polenta, castagne e poco altro, ecco.

O, per dirla in altro modo, è un’altra manifestazione della strategia del (in idioma milanese) «Piutost che nient, l’è mei piutost», piuttosto che niente è meglio piuttosto: quella ideata per far credere alla montagna di essere aiutata, sostenuta, supportata nella propria quotidianità ma che in concreto la mantiene nel proprio limbo di perenne incertezza, non del tutto abbandonata ma per nulla sviluppata come dovrebbe e meriterebbe. Poi, ovviamente, si dichiara che i soldi servono «per fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale» e formalmente è così: ma dalle parole enunciate ai fatti concreti la strada resta sempre infintamente lunga e, dunque, quasi sempre priva della meta.

[Panorama della media e bassa Valle Imagna, con lo sfondo della dorsale dell’Albenza che la separa dalla Val San Martino.]
In ogni caso di seguito analizzo la notizia – lo faccio analiticamente per maggior chiarezza – con qualche dettaglio in più:

  1. Sono stati stanziati 375.000 Euro che è una bella cifra, senza dubbio. Ma è destinata a 41 comuni dell’area indicata: fanno circa 350.000 Euro a comune. Cioè, il costo di due o tre chilometri al massimo di asfalto nuovo o di una rotonda di media grandezza. Insomma, non esattamente una cifra capace di svoltare il destino ai comuni montani coinvolti.
  2. Peraltro si tenga conto che, a fronte dei 14.375.000 Euro stanziati, ad esempio all’Aprica per rinnovare una sola seggiovia si spenderanno 10,5 milioni, e a Madesimo per la nuova funivia verso la Val di Lei la stessa Regione Lombardia ne spenderà quasi 20, molti di più di quelli destinati ai 41 (quarantuno) comuni di cui sopra. Viene difficile pensare a come si possa efficacemente finanziare «lo spopolamento e sostenere sviluppo dell’economia locale, il rafforzamento dei servizi socio-sanitari e assistenziali e il miglioramento complessivo della qualità della vita» a fronte di tali dimensioni economiche effettive dell’intervento.
  3. Uno dei referenti politici (perché ovviamente il tutto viene utilizzato come propaganda politica di parte – ma lo farebbe qualsiasi schieramento politico, in Italia) dell’iniziativa dichiara che «L’obiettivo è accelerare l’attuazione degli interventi, trasformando le risorse in progetti concreti e risultati tangibili». Quindi di progetti “concreti” non ce ne sono ancora ma solo vaghe indicazioni di intervento nei vari (soliti) ambiti ove i territori montani risultano carenti nei servizi di base e in altre specificità a supporto delle comunità locali? Dunque si tratterebbe del consueto modus operandi istituzionale del finanziamento ad mentula canis, per il quale vengono formalmente messe a disposizione un tot di risorse che tuttavia non si sa se andranno a buon fine, cioè se serviranno veramente a finanziare interventi concreti a favore dei territori beneficiari.
  4. Ma attenzione: «Per sostenere e orientare questo insieme di interventi si punta alla costruzione di una governance territoriale integrata e multilivello, fondata sulla collaborazione con gli stakeholder locali, per superare la frammentazione e assicurare coerenza, efficacia e impatto alle politiche attuate.» Al netto del linguaggio utilizzato, molto di propaganda e poco di sostanza, in verità questa operazione si deve fare prima, non dopo. Ovvero: si studia scientificamente e tecnicamente il territorio, le sue specificità, i suoi bisogni; si elabora con gli enti pubblici un piano di sviluppo territoriale organico; si crea la rete di «stakeholder» e si mettono in atto gli strumenti di interlocuzione permanente con le comunità locali; si tirano le somme e si determina l’ammontare delle risorse necessarie; gli enti locali superiori stanziano le risorse necessarie, che in questo modo vanno direttamente e subitamente a sostenere gli interventi elaborati nel progetto di sviluppo territoriale sotto il controllo della rete di portatori d’interesse e comunità locali già costituita. Ecco, fate caso a quanti di questi passaggi fondamentali mancano nell’intervento di Regione Lombardia, e poi provate a pensare perché siano assenti.
  5. «Vogliamo rendere questi territori più attrattivi, moderni e capaci di offrire opportunità concrete a cittadini, imprese e giovani.» Ai territori montani servono sicuramente queste cose, che tuttavia si devono innestare su una dinamica di rigenerazione del senso di comunità, elemento fondamentale per vivere in montagna sentendosi parte consapevole del suo paesaggio: perché la montagna non ha bisogno di semplici residenti o di lavoratori periodici e stagionali, di chi ci compra una casa perché l’aria è salubre e il panorama e è bello e poi vive e produce altrove. Ha bisogno innanzi tutto di fare comunità, ha bisogno di abitanti consapevoli, ha bisogno di elaborare il senso di comunità, ha bisogno di socialità attiva a vantaggio non solo della comunità stessa ma anche, e soprattutto, del territorio, per il quale ogni abitante autentico si fa pure custode. Cosa c’è di tutto questo negli interventi della politica come quello lombardo che sto qui analizzando?
  6. La montagna, per dirla in modo più concreto, ha bisogno di interventi di ben altra consistenza, sia economica e finanziaria che politica, amministrativa, culturale, sociale, civica. I comuni montani non hanno bisogno di stanziamenti di propaganda privi di visione e senza un’autentica contestualizzazione territoriale, perché viceversa le risorse (pubbliche, non dimentichiamolo) stanziate, pur importanti, rischiano fortemente di essere sprecate, generando oltre al danno la beffa per i territori coinvolti. Le montagne rappresentano fondamentali laboratori di innovazione abitativa e sociale, tanto più ora che la crisi climatica rende i propri effetti sempre più tangibili: sono un ambito complesso alle cui domande non si possono più dare risposte troppo semplici e superficiali, che a qualcuno fanno credere che si stia facendo qualcosa per il loro futuro quando invece finiscono per celarne e accelerarne la decadenza.

[Altre due vedute panoramiche della Val San Martino, sopra, e dell’alta Valle Imagna sotto.]
Infine, forse la migliore risposta al perché la montagna, in Lombardia e altrove, venga funzionalmente (o forse no ma, come si dice, a pensare male si fa peccato ma si indovina) mantenuta in quel limbo di sopravvivenza permanente, che ne rallenta solo in parte la decadenza senza fermarla veramente e di contro non ne sostiene lo sviluppo concreto e realmente proficuo per le sue comunità, la danno ancora i numeri: sebbene in Lombardia la montagna occupi il 41% del territorio regionale, ci vive solo il 12% circa dei cittadini lombardi. Ovvero, un bacino elettorale troppo esiguo per risultare veramente interessante alla politica e, dunque, per dedicarci ben più attenzioni concrete di quanto succede ora (ribadisco: a pensar male… eccetera). A meno che non ci sia da finanziare qualche mega impianto funiviario o di innevamento artificiale di una società per azioni che gestisce il comprensorio turistico locale ma avendo la sede legale ben lontana dai monti coinvolti e, chissà come mai, in casi del genere di soldi pubblici se ne trovano sempre e molti di più che per altri interventi e differenti territori. D’altro canto «senza lo sci la montagna muore», dicono. Già.

Una sensazione vivida. Molto vivida! (Un post acido, molto acido!)

Ma, chiedo, l’avete anche voi o ce l’ho solo io la sensazione vivida che il destino politico-amministrativo delle nostre montagne a volte (ho scritto a volte eh!) sia in mano a – uso un’espressione gergale d’uso comune dalle mie parti, non offensiva anzi bonaria ma chiaramente sconcertata – degli «scappati di casa»?

Sì, voglio dire, che sia in mano a gente che è lì, sui monti, in certi casi è dei monti, ma sembra che ci sia finita per caso, senza sapere bene come (a prescindere da elezioni e circostanze affini), senza capire perché e cosa ci sia da fare di buono lassù. Gente che, pare, non sappia nemmeno bene cosa siano le montagne – salvo che (forse) per la forma più o meno piramidale che hanno – e come ci si possa e debba vivere al meglio oppure, se lo sa, decide di dimenticarsene per ragione funzionalmente varie e variamente intuibili.

Sia chiaro: tale sensazione è ben riscontrabile anche altrove, e lungi da me l’idea di sminuire la difficoltà e l’impegno necessari ad amministrare le montagne, che di frequente ritrovo riconoscendone la buona volontà di fondo, ma di sicuro il particolare contesto montano, con la sua complessità, le specificità e le criticità che presenta, la rende più vivida che altrove, ecco.

Forse però mi sto sbagliando, è soltanto una sensazione errata elaborata in malafede o per una mia eccessiva prevenzione, se pur esperienziale. Per questo chiedo: la percepite anche voi oppure no? Chissà!

N.B.: il caso a cui fa riferimento l’articolo in testa al post (caso il cui principio, badate bene, in realtà non c’entra con le Olimpiadi) è solo uno dei più recenti tra i tanti e nemmeno dei peggiori, se pur assolutamente eloquente.

Ci stiamo “mangiando” le Alpi (e ogni anno siamo un po’ più “ingordi”!)

[Immagine tratta da www.cipra.org.]
Come saprete, ovvero ne avrete sentito dire, ogni anno il Global Footprint Network – un’organizzazione di ricerca internazionale fondata nel 2003 che promuove la sostenibilità misurando l’impronta ecologica – calcola l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui l’umanità ha consumato le risorse che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di un anno, iniziando a vivere “a debito” ecologico per il resto dei mesi.

Ogni anno questa data cade sempre più in anticipo nel calendario. Quella ufficiale per il 2026 non è ancora stata annunciata dal Global Footprint Network, che tradizionalmente la comunica il 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Nel 2025 l’Earth Overshoot Day a livello mondiale è stato il 24 luglio, nel 2024 era caduto il 1° agosto.

Detto questo, abbiamo un grosso problema, noi e le Alpi: già in primavera i paesi alpini esauriscono le risorse disponibili per l’anno e gli Overshoot Day nazionali cadono molto prima di quello globale. L’Austria ha esaurito le proprie risorse già il 2 aprile, la Francia il 24 aprile, l’Italia lo ha fatto domenica scorsa 3 maggio, la Germania il 10 maggio, la Svizzera e il Liechtenstein l’11 maggio. Come noterete, considerando la data media alpina ricavata da quella dei singoli paesi che è il 28 aprile, le risorse annuali degli stati delle Alpi vengono esaurite quasi tre mesi prima rispetto alla data globale. Ciò in linea teorica significa che, se l’anticipazione della data dell’Overshoot Day alpino continuasse con il ritmo globale degli ultimi anni, ovvero circa una settimana all’anno, tra circa trent’anni le Alpi già il 1° gennaio non avranno nuove risorse a disposizione e vivranno unicamente a debito ecologico e a consumo. Una sorta di autocannibalismo costante, in pratica.

Forse è il caso di fermarci un attimo e, almeno, di provare a riflettere su questo stato delle cose.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Come rimarca la Cipra, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, anno dopo anno aumenta la fame di risorse, dagli alimenti di origine vegetale e dalle fibre come il cotone fino ai prodotti di origine animale, al legno o alle superfici destinate alle infrastrutture e agli insediamenti. Inoltre, c’è bisogno di sempre più superficie forestale che assorba la CO2 emessa prevalentemente dai combustibili fossili. I calcoli mostrano che sono soprattutto i paesi industrializzati a vivere al di sopra delle proprie possibilità: se tutti consumassero tante risorse quanto quelle del piccolo paese alpino che è l’Austria, sarebbero necessari quattro pianeti Terra.

Sì, è decisamente il caso di rifletterci sopra per bene. Anche perché se da un lato abbiamo – avremmo – tutta la tecnologia necessaria per invertire il processo di consumo costante del pianeta e ci sarebbe solo da applicarla (chissà poi con quali enormi vantaggi in termini economici e industriali – certo, non per l’industria dei combustibili fossili e delle altre materie ecologicamente insostenibili e inquinanti), dall’altro lato di pianeti da consumare ne abbiamo solo uno, la Terra. E visto che le missioni di colonizzazione interplanetaria sono e resteranno ancora fantascienza per molto tempo, dobbiamo improcrastinabilmente riflettere su ciò che stiamo cagionando al pianeta e nello specifico, vista la situazione sopra rimarcata, alle nostre Alpi, cioè a noi stessi. E non mi pare che il tanto vanaglorioso Sapiens si reputi tale anche perché pratica l’autocannibalismo… Ma è ciò che sta facendo – che stiamo facendo, in buona sostanza, sulle Alpi anche più che altrove.