Le violenze e le intimidazioni al Rifugio Gino e Massimo, e un appello a sostenere i suoi rifugisti

Vengo a sapere di alcuni fatti estremamente spiacevoli, gravi e irritanti che hanno coinvolto i gestori del Rifugio Gino e Massimo, meravigliosa piccola struttura (detta per ciò “Rifugino”) situata a 1860 metri di quota all’Alpe Grioni, in comune di Ponte in Valtellina e nel Parco delle Orobie Valtellinesi – dedicata alla memoria di due giovani valtellinesi tragicamente scomparsi, Gino Berniga e Massimo Donati.

Come racconta la rifugista Anna Savonitto,

Nell’ultimo mese una serie di spiacevoli eventi ha colpito il Rifugio.
Gli asini sono stati rinchiusi nel bivacco del rifugio e siamo stati accusati di essere stati noi, che del bivacco ci prendiamo invece cura e che abbiamo passato una settimana a ripulirlo.
Abbiamo ricevuto diversi commenti violenti relativi alla Pastasciutta Antifascista organizzata con ANPI e in programma per sabato 25 (luglio prossimo).
E infine, questa notte, la jeep del rifugio è stata vandalizzata. Tutti i vetri infranti, fanali e tergicristalli rotti, gomme bucate e carrozzeria tagliata a colpi d’ascia. Hanno tentato di spingere la jeep, che ci serve per lavorare e per portare le provviste al rifugio, giù dalla scarpata. Qualcosa che pare più un’intimidazione che un semplice dispetto.
Non sappiamo se questi episodi sono tra loro connessi e non facciamo accuse, ma pare evidente che qualcuno è infastidito dalla gestione del Rifugio. Gestione che porto e portiamo avanti con passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni con tutte le realtà e le persone del territorio e con chiunque passi di qui.
Non siamo disposti a tollerare questi atti violenti, vili, codardi e di una bassezza umana sconcertante.
Siamo amaraggiate e molto arrabbiate, ma l’estate è lunga e qui al rifugino c’è ancora molto da fare.

Dal Rifugino lanciano un appello, che vi invito caldamente ad accogliere, per sostenerli passando a trovarli all’Alpe Grioni oppure partecipando alla raccolta fondi su PayPal per riparare (o più probabilmente ricomprare) la jeep, qui: https://www.paypal.com/pool/9r7R5hf5DC?sr=wcco.
In alternativa, si può fare un bonifico sull’Iban IT03V3608105138253175853189 intestato a Anna Savonitto.

Trovate altri dettagli al riguardo sulle pagine Facebook e Instagram del Rifugino, oppure potete inviare una mail a rifugioginoemassimo@gmail.com

Dalla mia posizione di assoluta distanza da qualsiasi ideologia politica di parte e da ogni cosa che ne consegue, trovo veramente sconcertante constatare fatti del genere per cause evidentissime e terribilmente stupide, meschine, infantili, sicuramente non da “Sapiens”. Anche perché sono azioni che, pensando di manifestare “forza” e “ardimento”, in realtà dimostrano la vuotezza di pensiero che sta vi alla base la quale genera una gran paura in chi le compie verso quanto di buono invece sanno fare al Rifugino, altro che “forza”. E dimostrano pure il bisogno urgente di attenzione e di cura che sta sempre dietro azioni del genere: chi le compie pensa di essere forte ma invece mostra tutta la propria fragilità intellettuale, emotiva e l’emarginazione sociale che ne consegue. Che lo porta poi a “sfogarsi” in atti così ignobili e vili.

Di contro, sono certo che quanto accaduto darà a Anna e ai suoi collaboratori ancora più passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni nel lavoro che compiono al e per il Rifugino (così come per il territorio montano circostante), il quale ora e più di prima diventa una meta irrinunciabile per una meravigliosa escursione in un luogo di bellezza straordinaria dove poter incontrare persone altrettanto belle, di quelle che hanno veramente la montagna nella mente e nel cuore.

Viva il Rifugino, viva Anna e tutti i ragazzi che lo mantengono vivo e così vivace, e aiutiamoli: se lo meritano proprio!

1 agosto 2026: per capire che salvare il Vallone delle Cime Bianche è salvarne l’anima e quella di noi tutti

Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita.

Così scriveva nel 1962 Andrea Zanzotto, uno dei più importanti poeti e letterati italiani del secondo Novecento, che già allora aveva compreso il pericolo insito nel boom economico e nella cementificazione selvaggia di ogni ambito naturale sfruttabile e “valorizzabile”. Leggere queste parole più di sessant’anni dopo e dover constatare che ancora si possa pensare di “uccidere” il paesaggio rimasto intatto e libero da antropizzazioni eccessive senza comprendere la gravità presente e ancor più futura di un tale atto, come se la nostra civiltà non avesse costruito già fin troppo ovunque, è inquietante e rabbrividente. E lo è in misura maggiore quando ad essere minacciati da certe devastazioni sono territori di grande pregio ambientale come quelli montani, nonostante le misure di tutela attive e, pure qui, come se tra i monti non si sia costruito già abbastanza, spesso degradando interi luoghi per assoggettarli – soprattutto – al turismo di massa.

Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, è un esempio particolarmente emblematico di ciò, anche per come si tratti di un lembo di territorio d’alta quota di bellezza assoluta posto tra versanti già ampiamente sfruttati da impianti e piste da discesa. Qualsiasi persona dotata di senno, sensibilità e buon senso civico comprenderebbe all’istante il perché, per le circostanze suddette, il Vallone sarebbe da tutelare in maniera ancora più stringente che altri luoghi, mantenendo intatto il suo inestimabile paesaggio alpestre. Invece, ancora, come fossero fermi al secolo scorso, alcuni personaggi continuano a voler imporre al Vallone un devastante mega-impianto funiviario al solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del Monterosa Ski.

La distruzione della Natura montana per puro lucro, insomma, senza alcuna attenzione per il suo valore paesaggistico, ambientale, culturale, sociale, senza nessuna cura per ciò che rappresenta nel presente e nel futuro di questo lembo delle Alpi occidentali. Cito ancora Zanzotto:

Mai come oggi l’uomo si è staccato dalla Natura, che oggi troviamo morente, condannata. Non ci sono parole sufficienti a parlare delle devastazioni del paesaggio.

Ecco, non ci sarebbero parole sufficienti per parlare della possibile devastazione del Vallone delle Cime Bianche, ma non saranno abbastanza sufficienti le azioni da mettere in atto per difenderlo e tutelarlo da progetti così insensati. Ancor più perché in questo caso gli uomini che si sono staccati dalla Natura – delle proprie montagne – sono i governanti della Valle d’Aosta: coloro che dovrebbero rappresentare i primi e più acerrimi difensori delle montagne valdostane da distruzioni del genere sono invece i principali promotori della loro distruzione. Non ci sono parole, appunto.

Ma un’azione da mettere in atto, prossimamente, c’è ed è ormai tra le più attese da parte di chi ha realmente a cuore il destino delle montagne: la sesta edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, la camminata promossa dal Progetto Fotografico “L’Ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”, e dal Comitato “Insieme per Cime Bianche”, che annualmente raduna centinaia di sostenitori della causa di conservazione del Vallone per manifestare concretamente il sostegno alla causa e rappresentare fattivamente la massa critica che chiede di non svendere, svilire e distruggere il Vallone.

Quest’anno si terrà sabato 1° agosto: parteciparvi è importante perché è un bellissimo evento e perché, come ho detto più volte e ribadisco, quello delle Cime Bianche è uno dei casi più emblematici di «assalto alle Alpi» in corso: difendere il Vallone, e vincere la battaglia per la sua tutela, significa difendere e tutelare ogni altro luogo sottoposto a simili minacce sulle nostre montagne.

Dunque, ci vediamo sabato 1° agosto prossimo alle ore 08:30 a Saint Jacques, in Val d’Ayas. Nelle immagini trovate tutte le informazioni utili per partecipare.

LUNGA VITA AL VALLONE DELLE CIME BIANCHE!

Per contribuire alla difesa del Vallone:

Qui invece trovate alcuni dei numerosi articoli che nel tempo ho dedicato al Vallone delle Cime Bianche e alla causa in sua difesa e conservazione. Se tuttavia cercate nel blog ne trovate altri.

Sul nuovo ponte sospeso della Valvarrone, che sarà pronto a ottobre

[Foto di Simone Belletti, tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
In Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco che si affacciano sull’alto Lago di Como, continuano i lavori per il “Ponte dei Minatori”, la nuova passerella sospesa (o ponte tibetano) ad uso turistico che, una volta terminata, sarà la più alta d’Europa, e di contro io continuo a pensare, come ho già rimarcato più volte in passato, che il ponte per il territorio in questione rappresenta un’opera fuori contesto e che nel tempo produrrà numerosi disagi alla popolazione locale e degrado paesaggistico e culturale del luogo.

Secondo i promotori, il “Ponte dei Minatori” (finanziato con capitali privati, per fortuna) «potrà contribuire a proiettare la valle in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutta Europa e trasformandosi in un nuovo simbolo dell’offerta turistica del comprensorio.» Affermazioni che, con rispetto parlando, a me sembrano fin troppo pompose e parecchio alienate dal contesto che è la Valvarrone, una delle zone del territorio lecchese più affascinanti ma pure di più difficile accesso viabilistico, assolutamente non adatta a un turismo troppo cospicuo e massificato. Sostengono, i promotori del ponte, che esso «rappresenta il fulcro di un più ampio progetto di valorizzazione della Valvarrone. Accanto al ponte sono previsti interventi di recupero dei sentieri storici e iniziative dedicate alla valorizzazione dell’antico patrimonio minerario, con l’obiettivo di rilanciare il borgo di Lentrée e creare nuove opportunità di sviluppo economico e turistico.» Mi auguro vivamente che non siano parole gettate al vento come le precedenti pur di giustificare un’opera così impattante sul paesaggio locale e che dietro di esse vi sia realmente un piano di sviluppo socioeconomico e culturale a lungo termine del territorio al cui centro vi sia la sua comunità e le necessità atte alla sua residenzialità stanziale e dignitosa, prima che il godimento ludico-ricreativo del ponte da parte dei turisti (legittimo ma non certo preponderante sul primo obiettivo). Tuttavia, ribadisco, di questi aspetti ne ho già scritto a lungo, in passato, naturalmente beccandomi gli improperi di alcuni locali che evidentemente non amano il confronto civile delle idee. Amen!

Posto quanto avete letto fin qui, resto ben fermo nella mia convinzione che l’idea alla basi di tali attrazioni turistiche sia di mero sfruttamento consumistico del territorio, espressione di un modello turistico da “luna park alpino” sostanzialmente estrattivo, che punta sulla quantità di presenze (da poter poi vantare sui media come “successo” dell’opera) più che sulla qualità della proposta turistica, che è tale – ribadisco – quando apporta vantaggi innanzi tutto alla comunità locale, oltre che generare un’esperienza interessante per i visitatori. Di tali grandi ponti sospesi in Italia ce ne sono ormai una cinquantina oltre a innumerevoli di taglia più piccola, e altri se ne realizzeranno – ovviamente ad inseguire record europei o mondiali di altezza e di lunghezza che sembrano tanto un gioco a dimostrare «chi ce l’abbia più lungo» (il ponte, ovviamente). Quando opere del genere diventano così seriali, emerge viepiù nitidamente la loro banalità – basti vedere le centinaia di panchine giganti tutte uguali, tutte inutili – che inevitabilmente genera una fruizione di esse altrettanto banale: si trasformano in mere attrazioni da selfie, «adrenaliniche», «mozzafiato» e tutte quelle altre cose che in queste circostanze denotano ormai chiaramente una qualità turistica scadente.

Come scrivevo quasi esattamente un anno fa (il 24 luglio 2025) qui sul blog, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione più approfondita e genuina sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale principalmente al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.

Ci abitueremo anche alle siccità, oltre che al «clima caraibico»?

[Il Po nel cremonese a metà giugno 2026. Foto di Gianpaolo Guarneri (Studio B12), tratta da www.cremonaoggi.it.]
Il nord Italia è alle soglie (o forse già oltre) di una nuova «emergenza idrica», vista la situazione di siccità che sta caratterizzando le ultime settimane, peraltro tra le più calde di sempre. E, nuovamente, penso che sia una cosa incredibile, essendo l’Italia settentrionale, e la regione padana in particolare, ai piedi di una grande catena alpina formalmente tra le più ricche d’acqua del continente. Ma nevica sempre meno, in quantità e in durata, i ghiacciai si riducono sempre di più perdendo la facoltà di essere il principale serbatoio di acqua potabile a disposizione, i periodi di pioggia seguono cicli molto diversi dal passato tra assenze prolungate e fenomeni troppo violenti, e la crisi climatica in divenire, con i suoi effetti sempre più pesanti, sta facendo diventare qualcosa di impensabile per le regioni alpine e prealpine italiane fino a poco tempo fa, la siccità appunto, un fenomeno ordinario e ricorrente.

Come riporta “Il Post”, l’intero bacino del Po è in sofferenza e il grande fiume padano è da giorni a livelli estremamente bassi: il 30 giugno la portata a Pontelagoscuro (Ferrara) era inferiore del 70 per cento rispetto alla portata media storica che di solito viene registrata nello stesso mese, e da allora la situazione è inevitabilmente peggiorata, con problemi crescenti per le zone che vivono delle sue acque. I laghi non stanno affatto meglio, e ciò in tutto il paese: “La Nuova Ecologia” rileva che al Nord il lago Maggiore, d’Iseo e di Como (Lario) quelli più in sofferenza, nel centro Italia il Trasimeno e i laghi laziali di Albano e Nemi. Nel sud resta alta l’allerta per il Pergusa. Per dare qualche dato emblematico, in meno di dieci giorni (tra il 30 giugno e l’8 luglio) il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi di acqua, quello di Como è calato di oltre 22 cm da fine giugno ed è pieno per solo il 41%, il lago d’Iseo addirittura per il 35%. E sulle Alpi, lì dove ci dovrebbe essere più acqua che altrove, già molti rifugi sono alle prese con una crisi idrica che quest’anno si è manifestata con particolare intensità e largo anticipo rispetto alle stagioni precedenti, come riferisce “Il Dolomiti”. Un simile allarme è stato lanciato anche nel Canton Ticino – che è in Svizzera ma è compreso nel bacino idrografico del Po – riguardo gli alpeggi, presso i quali l’acqua scarseggia, l’erba ingiallisce e diversi allevatori dichiarano alla testata “Tio.ch” che stanno pensando di scaricare il bestiame in anticipo.

Insomma: l’impossibile o quasi di un tempo, la mancanza di acqua nelle regioni alpine e prealpine, oggi rischia di diventare il sempre più probabile.

[Una veduta del Lago artificiale di Livigno del 16 luglio scorso.]
Per tutto ciò, oltre che per altri motivi di diversa natura, l’acqua sta diventando un elemento sempre più fondamentale per il presente e il futuro, un bene comune nel senso più assoluto della definizione che, in quanto tale, deve essere gestito e salvaguardato in maniera altrettanto assoluta. Ad esempio, è inammissibile che un paese che si ritiene civile e avanzato come l’Italia presenti una dispersione media di acqua dalle reti pubbliche di distribuzione idrica del 42%! Ciò significa che ogni giorno si perdono circa 157 litri di acqua per ogni abitante, equivalenti a un danno economico stimato in 9,8 miliardi di euro all’anno; di contro, siamo da oltre vent’anni il paese UE che preleva più acqua dolce per uso potabile, superando nettamente Francia e Germania, e tale primato si accompagna a un forte ricorso alle acque sotterranee. Tanta acqua usiamo, tanta ne sprechiamo, insomma.

Parimenti, per tornare sulle montagne, diventano sempre più inammissibili gli usi superflui e a scopo di lucro privato dell’acqua: sì, sto inevitabilmente pensando innanzi tutto ai cannoni per l’innevamento artificiale che nei mesi invernali consumano e tolgono risorse idriche all’uso collettivo ignorando bellamente la natura di bene comune dell’acqua – e non è vero che poi l’acqua divenuta neve artificiale sparata sulle piste poi torna a disposizione, visto che una parte non trascurabile di essa, fino al 35% in certe condizioni, viene persa per evaporazione o per sublimazione.

Come scrive Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, in un editoriale pubblicato sul sito dell’associazione, «La crisi climatica entra nelle montagne e mette in discussione un modello di sviluppo che continua a consumare risorse, territori e futuro. Dai laghi alpini che si prosciugano ai rifugi riforniti con elicotteri e autobotti, dai bacini per l’innevamento artificiale alla crescente richiesta di acqua da parte delle pianure, le montagne stanno mostrando segnali inequivocabili di una crisi ormai evidente. Ma la risposta della politica e di una parte del mondo economico sembra ancora ancorata alla logica della crescita senza limiti, incapace di riconoscere che le terre alte non sono un serbatoio infinito di risorse da sfruttare. Quanto ancora potranno resistere le montagne prima che gli effetti delle nostre scelte diventino irreversibili?»

[il Ghiacciaio d’Indren a metà luglio, già spoglio di neve e annerito dai detriti fin verso i quattromila metri. Immagine tratta da www.lastampa.it.]
E, a proposito di politica, il bene comune-acqua va salvaguardato anche politicamente e civicamente: ad esempio dai crescenti tentativi di privatizzazione che, nonostante il referendum del 2011 nel quale gli italiani hanno ribadito il carattere pubblico dell’acqua – decisione democratica che, tanto per cambiare in questo povero paese, è stata ampiamente disattesa – continuano e aumentano, visto che alcuni soggetti hanno scaltramente capito che l’acqua sarà veramente e sempre di più l’oro (blu) del futuro e stanno cercando di accaparrarsene il controllo, come ben racconta un altro articolo de “La Nuova Ecologia”. D’altro canto di motivi validi e validissimi per salvaguardare collettivamente e caparbiamente l’acqua ne conoscerete di sicuro a vostra volta – partendo dall’analisi dei nostri comportamenti domestici, che forse trascuriamo ancora troppo.

Insomma: che sulle Alpi e nelle regioni limitrofe si arrivi a soffrire di siccità e di conseguenti emergenze idriche è formalmente una “assurdità” che col tempo, e rapidamente, sta diventando sempre meno tale e ben concreta. Vi ci abitueremo, alla mancanza di acqua così come al «clima caraibico» citato di recente da una miserrima figura istituzionale? Dovremo andare a vivere sui monti per sfuggire il caldo sempre più estremo delle città, ma poi lassù non avremo acqua a sufficienza per restarci? O sapremo mettere in atto una gestione politica, economica, civica, ambientale, ecologica del bene comune-acqua ben più logica e assennata di quella attuale?

Credo (e temo) siano domande da porsi senza troppi indugi, e alle quali saper dare le più buone risposte possibili.

La situazione su molte nostre montagne è grave ma non seria

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Ma sono seri

Di frequente mi ritrovo a pensare così quando leggo sulla stampa o ascolto alla radio (non guardo la TV, ci tengo a ribadirlo) le cronache del nostro tempo, le dichiarazioni dei politici, i brani musicali più ascoltati o cose simili e tante altre vicende gravi ma non serie (cit.) che caratterizzano la quotidianità. Ed è lo stesso pensiero che mi suscitano numerose cose che vengono fatte in montagna: impianti sciistici pagati con soldi pubblici dove ormai non nevica più, nuove strade nei boschi che poi chiamano “ciclovie” per far credere di valorizzare i luoghi, ponti tibetani e panchine giganti contro lo spopolamento… «Ma veramente sono seri quelli che propongono queste palesi assurdità?» penso. «O sono soltanto dei burloni che aspettano fino all’ultimo per dirci che sono tutti quanti degli scherzi?»

D’altro canto, se ci pensate bene, la situazione che caratterizza il mondo contemporaneo è veramente, in molti suoi aspetti grandi e piccoli, «grave ma non seria», come appunto ben disse decenni fa il mirabile Ennio Flaiano. Si pensi solo al tizio che ora comanda la più grande superpotenza del pianeta: un esempio lampante della situazione suddetta.

Come al solito, l’etimologia è utilissima a capire meglio il senso delle cose. «Serio» è una parola che deriva dal latino serius e, da vocabolario, indica chi ha o rivela impegno, ponderatezza, attenta considerazione, pacata gravità (dacché ritenuta contrazione del termine severus, “severo”, “grave”), comunque un atteggiamento opposto o lontano da qualunque scherzo e ilarità. Se già tempo fa Flaiano pronunciò quella sua fulminante affermazione nei riguardi della politica italiana, ancora oggi e in modo ben più consono la situazione è grave ma non è seria a partire proprio da chi il mondo lo governa, tanto a livello globale – come accennavo – quanto nazionale e locale. E sulle montagne, che guarda caso sono un ambito che spesso si definisce severus, in forza delle condizioni ambientali che impone di affrontare, quella situazione diventa ancora più evidente e a me giustifica il pensiero che mi sorge all’istante leggendo e sapendo di certi progetti.

D’altro canto, come si può considerare serio qualsivoglia politico che, ad esempio, sostiene di contrastare lo spopolamento delle montagne o di valorizzarne il paesaggio spendendo decine di milioni di Euro di soldi pubblici per finanziare e costruirci cabinovie e cannoni sparaneve? Ma veramente ci crede a ciò che sostiene? Oppure quelli che parlavano di “legacy olimpica”, in occasione dei Giochi di Milano Cortina: erano seri? Quelli che dicono di salvaguardare l’identità storico-culturale dei territori montani realizzando nuove ciclovie che distruggono antichi sentieri di secolare percorrenza… ma sono seri?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Non a caso, di nuovo, in queste circostanze si parla di trasformazione delle montagne in luna park alpestri, in divertimentifici a uso del turismo di massa, di disneylandizzazione delle località montane, di banalizzazione del paesaggio tra piste da sci di plastica, panchine giganti fucsia e altre simili amenità: tutte cose evidentemente antitetiche alla più ordinaria definizione di “serietà”, di ponderazione, di attenta considerazione del contesto. Di buon senso, insomma. Come ci può essere “serietà” in atteggiamenti e iniziative come quelle citate, così frequentemente imposte alle montagne?

Quando ciò accade, probabilmente è perché le stesse montagne, le loro realtà di fatto, le comunità che le vivono e le loro necessità, l’ambiente e il paesaggio, il rispetto e la cura di cui abbisognano, in modo crescente vista la crisi climatica in divenire, non vengono presi in seria considerazione. D’altronde chi non sa essere serio come può manifestare le considerazioni serie delle quali le nostre montagne hanno bisogno, a volte disperatamente?

Che la mancanza di serietà nella conduzione del mondo in cui viviamo sia una delle pecche – e dei drammi – maggiori del nostro tempo, è un dato di fatto indiscutibile, temo. E la situazione che ne deriva non è seria, appunto, ma è parecchio grave. Dobbiamo essere sufficientemente seri, tutti quanti noi, da rendercene conto e agire di conseguenza.